testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Per un’etica degli algoritmi: Intelligenza Artificiale e pari opportunità

 di Elvira Picciola

 

Solo pochi anni fa si discuteva su come l’intelligenza artificiale avrebbe potuto rappresentare una delle sfide più affascinanti del nostro tempo e,al contempo, uno strumento decisivo per costruire un futuro nel quale nessuno sarebbe stato lasciato indietro. La sua diffusione, infatti, apre prospettive importanti non soltanto sul piano tecnologico, ma anche su quello sociale: può contribuire a promuovere la diversità e l’equità di genere, ridurre alcune barriere culturali ed economiche e ampliare le opportunità di accesso alla conoscenza e al lavoro.

Oggi,se consideriamo anche il ruolo che la scuola sta assumendo nella transizione digitale, un decisivo passo avanti è stato fatto:vengono promossi formazione, progetti ed attività di laboratorio finalizzati non solo a diffondere l’uso dell’intelligenza artificiale, ma soprattutto a sviluppare nei giovani una capacità critica e consapevole di rapportarsi a questi strumenti.Siamo, dunque, nel pieno di una fase di profonda transizione. L’intelligenza artificiale offre straordinarie possibilità di accessibilità, inclusione e riscatto ma, a ben guardare, proprio per questo richiede di essere governata attraverso regole precise e principi etici condivisi. Il problema non è infatti soltanto ciò che l’IA è in grado di fare, ma anche come viene progettata, da quali dati apprende e quali decisioni siamo disposti ad affidarle.Gli algoritmi, infatti, non nascono nel vuoto. I sistemi di intelligenza artificiale apprendono da enormi quantità di dati, spesso provenienti da situazioni e comportamenti del passato. Se quei dati contengono stereotipi, pregiudizi o discriminazioni, il rischio è che tali distorsioni vengano riprodotte e persino amplificate dalla tecnologia. Un algoritmo può quindi apparire neutrale, ma produrre risultati tuttaltro che neutrali.Il fenomeno è particolarmente evidente nel mondo del lavoro. Sistemi di IA utilizzati nei processi di selezione del personale, nella valutazione dei curricula o nell’orientamento professionale possono penalizzare, anche inconsapevolmente, alcune categorie. Donne, persone con disabilità, minoranze etniche o soggetti appartenenti a contesti socialmente svantaggiati possono essere esposti a nuove forme di discriminazione proprio attraverso strumenti che, in teoria, dovrebbero garantire maggiore oggettività.A questo si aggiunge un altro grande problema: il divario digitale. Se l’intelligenza artificiale diventa una componente sempre più importante dello studio e del lavoro, chi non possiede le competenze necessarie per utilizzarla rischia una nuova forma di esclusione. Non basta, dunque, garantire l'accesso alle tecnologie: occorre assicurare a tutti la possibilità di comprenderle, utilizzarle e valutarne criticamente gli effetti.È proprio qui che emergono le grandi potenzialità inclusive dell’IA. Modelli avanzati, strumenti di comunicazione aumentativa e tecnologie assistive possono contribuire a superare barriere fisiche, cognitive e formative, offrendo nuove possibilità a persone con disabilità o con particolari fragilità. L’intelligenza artificiale può inoltre sostenere percorsi personalizzati di apprendimento e formazione, favorendo l’acquisizione di competenze utili all’inserimento lavorativo e all’autonomia.Anche le istituzioni possono utilizzare l’analisi dei dati per individuare squilibri e disuguaglianze e progettare interventi più efficaci, per esempio nel contrasto al divario di genere nei contesti produttivi. Ma anche in questo caso la tecnologia non è automaticamente sinonimo di equità: può diventare uno strumento di emancipazione solo se viene progettata e utilizzata con finalità inclusive.Su questi temi si è concentrato  un recente incontro promosso dal Centro Studi Giustina Rocca, in collaborazione con la Fondazione dell’Ordine degli Avvocati e con il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Trani, dedicato alle sfide e alle opportunità dell’intelligenza artificiale nel mondo delle professioni forensi. Il confronto ha evidenziato come la trasformazione digitale riguardi ormai tutti gli ambiti professionali e richieda nuove competenze, ma anche una rinnovata riflessione sui principi che devono guidare l'utilizzo delle tecnologie.

La questione della parità di genere è particolarmente significativa. Le tecniche di IA possono riprodurre discriminazioni già presenti nella società, ma possono anche diventare strumenti per individuarle e contrastarle. È una contraddizione solo apparente: la stessa tecnologia che può amplificare una disuguaglianza può essere utilizzata per renderla visibile e contribuire a ridurla.In questo scenario assume particolare rilievo anche la riflessione sul cosiddetto “dataismo”, cioè la tendenza a considerare i dati e i sistemi algoritmici come se fossero portatori di una verità oggettiva e incontestabile. È una prospettiva rischiosa: ciò che viene prodotto da un’intelligenza artificiale non è necessariamente vero soltanto perché è stato elaborato da una macchina. Un errore, un pregiudizio o una distorsione contenuti nei dati possono essere restituiti sotto forma di una risposta apparentemente autorevole, contribuendo persino a rafforzare stereotipi e discriminazioni.Il problema diventa ancora più delicato quando si parla di discriminazione di genere. La storia ci insegna quanto siano state difficili le conquiste delle donne nei diversi ambiti della società. La vicenda di Giustina Rocca, considerata una delle prime donne ad esercitare la professione forense e ricordata per la sua autorevolezza nel Quattrocento, rappresenta simbolicamente il lungo cammino verso il riconoscimento della dignità e delle competenze femminili. La tecnologia del futuro non può permettere che discriminazioni superate sul piano culturale vengano semplicemente riprodotte sotto una nuova veste digitale.Da qui nasce l'esigenza di una vera etica degli algoritmi. L’Unione europea ha scelto di muoversi proprio in questa direzione, attraverso un quadro normativo orientato a garantire che i sistemi di IA, soprattutto quelli considerati ad alto rischio, siano sviluppati e utilizzati nel rispetto di diritti fondamentali, sicurezza e trasparenza.Ma le norme, da sole, non bastano. Occorre una cultura dell’intelligenza artificiale che coinvolga istituzioni, imprese, scuola, università e cittadini. Tra i principi fondamentali dovrebbero esserci la non discriminazione, la trasparenza, la tutela della dignità della persona, la protezione dei dati, l’accessibilità e la responsabilità.Soprattutto, non dobbiamo dimenticare un principio essenziale: dietro ogni algoritmo c’è sempre una scelta umana. Sono persone a decidere quali dati utilizzare, quali obiettivi perseguire, quali criteri adottare, quali risultati considerare accettabili. L’intelligenza artificiale non è quindi una realtà completamente autonoma e neutrale: nasce da una progettazione umana e deve rimanere sottoposta a una supervisione umana consapevole.La vera sfida dei prossimi anni sarà allora quella di evitare che l’innovazione tecnologica aumenti le disuguaglianze anziché ridurle. Il progresso non può essere misurato soltanto dalla potenza degli strumenti che siamo capaci di costruire, ma dalla capacità di metterli al servizio di una società più giusta.L’intelligenza artificiale può aiutarci a costruire un futuro più inclusivo, ma soltanto se sapremo accompagnare l’innovazione con responsabilità, formazione e senso critico.

Perché la tecnologia, da sola, non rende la società più equa: sono le scelte degli esseri umani a determinare se un algoritmo diventerà uno strumento di esclusione o un'opportunità di emancipazione.

 

 

 

Una rilettura del mito degli esseri androgini dal Simposio di Platone

 di Virginia Varriale


I luoghi deputati perché ci sia una crescita emotiva, si sa, sono la famiglia e la scuola. 

Sia Lucia Mastrodomenico che Luce Irigaray hanno sottolineato nei loro scritti, ma anche attraverso le loro scelte di vita, l’urgenza di un’educazione all’amore, all’aver cura dell’altro, ma a partire dal riconoscimento del proprio sé, anzi senza sacrificare il proprio sé. Quello che mi ha sempre colpito del pensiero di Lucia è la sua capacità di leggere il suo tempo storico e vedere al di là di esso, di intuire il cambiamento, come quando mette in guardia da una logica fusionale, ossia da una concezione dell'amore come una tensione verso la fusione, proponendo invece una “cultura della differenza “, rivendicando  un cambio di paradigma fondamentale.

Se l'amore è “fusione” rischia di divenire sottomissione o dipendenza dall'altro, c’è il pericolo di annullare la singolarità della propria soggettività.

Partiamo dalla domanda che Lucia in un’intervista fa a Luce Irigaray:


Lucia: Ma l’amore si può imparare?

Irigaray: Insegnare l’amore implica una cultura dell’intera personalità.


Per affrontare questo compito, dobbiamo guardare alle radici della nostra cultura, possiamo partire dal Simposio di Platone, per poi interrogarlo attraverso la lente della filosofia della differenza.


Ci troviamo ad Atene nel 416 a. C. a un simposio, ossia a un banchetto, a casa del poeta tragico Agatone, organizzato per celebrare la sua vittoria in una gara teatrale. I partecipanti, tra cui Socrate, il medico Erissimaco, Pausania, il commediografo Aristofane ed altri, decidono di rinunciare agli eccessi del vino e di tenere a turno un discorso in lode di Amore. 

È il momento di Aristofane, il quale racconta il mito degli esseri androgini. Parte da una premessa: un tempo la natura umana non era quella che è ora, ma diversa. All’inizio vi erano tre generi di esseri umani, non due come abbiamo sempre creduto: il maschio, la femmina e un terzo genere formato dai due precedenti (cioè maschile e femminile). L’essere umano all’inizio lo dovete immaginare come un corpo tondeggiante, con dorso e fianchi circolari, con quattro braccia e quattro gambe, e su un collo rotondo due volti, insomma tutto doppio. Per intenderci, c’era il genere formato da maschio- maschio, il genere formato da femmina  - femmina e il genere androgino, maschio- femmina. Camminavano dritti, ma facevano roteare tutto il corpo. Aristofane racconta che il loro aspetto era sferico proprio come il loro progenitori: il maschile aveva avuto origine dal sole, il femminile dalla terra e il terzo genere dalla luna. Tutti e tre i generi erano forti ed erano così alteri e tracotanti da sfidare gli dei, volendo scalare il cielo per assalirli. Zeus, per punizione, decise di tagliare ognuno dei tre generi in due parti, rendendoli più deboli e costringendoli a camminare eretti su due gambe. E se la loro insolenza fosse stata persistente, Zeus sarebbe stato pronto a tagliarli ancora, costringendoli a saltellare su una gamba sola. Poi ordinò ad Apollo di voltare il viso degli esseri umani verso la parte del corpo tagliata, affinché vedessero la ferita e ricordassero la punizione; di rimarginare la pelle e ricomporre il corpo. Da quel momento ogni metà avrebbe cercato la propria metà perduta, dando origine al desiderio amoroso. Volevano unirsi di nuovo, ma morivano di fame e d’inerzia, perché non volevano fare nulla essendo separate l’una dall’altra. Così Zeus, mosso a pietà, provò un altro stratagemma (poiché non voleva perdere i culti e i sacrifici degli umani), e spostò i loro genitali sul davanti, rendendo possibile la procreazione e assicurando la perpetuazione della specie umana. Da allora una metà cerca l’altra, con la speranza di ripristinare l’antica unità. Così si sono formate unioni tra maschio e maschio, tra femmina e femmina, tra maschio e femmina a seconda di come era lo stato primigenio. Siamo destinati per tutta la vita a cercare l’altra nostra meta, perché ci sentiamo incompleti, perché se amare è amare qualcosa, allora amore è mancanza di qualcosa. Platone, per bocca di Aristofane, dice che le due metà, quando si ritrovano, restano meravigliosamente vinti dall’amicizia, dall’intimità e dall’amore e non vogliono più separarsi, e non sono solo i piaceri amorosi ad essere causa della gioia immensa; la loro anima tende a qualcosa d’altro, che non è in grado di esprimere, ma ne ha presentimento. E se Efesto, il fabbro degli dei, potesse esaudire un loro desiderio, sarebbe senz’altro quello di unirsi, di fondersi in una stessa persona, diventare di due uno, fino a CONFONDERSI.

È questa parte del mito che ora c’interessa di più … 

Perché, se da un lato comprendiamo benissimo che l’amore ci spinge a cercare l’altro o l’altra, per sentirci completi, e la tradizione classica vede nella congiunzione la “cura” della natura umana, dall’altro però c’è il pericolo di confondere due identità in una sola …. 

E questo non è un bene, sia chiaro! Pensiamo per un attimo al nostro momento storico, a quelle relazioni pseudoamorose in cui l’una parte non vuole fondersi all’altra e l’altra parte non riconosce e rispetta la persona che ha accanto, cosa accade!?

A differenza del modello platonico, bisogna preservare il due, come affermavano Lucia e Luce Irigaray, bisogna che ci sia spazio, che ci sia una distanza tra me e l’altro, perché quella distanza è il terreno su cui ci confrontiamo, cresciamo senza annientare ciascuno il proprio sé.

 La dualità ha da essere la vera cura per l’uno e per l’altro.

L'incontro non deve essere un'appropriazione, ma la creazione di qualcosa di nuovo:


«Il compito di queste due soggettività sarà quello di elaborare insieme un terzo mondo, che non appartiene né all’uno né all’altro, ma è il frutto della convivenza fra i due».


Mentre il mito degli androgini ci parla di una nostalgia per un'unità perduta, la sfida educativa moderna è insegnare a "sbocciare nella propria interezza" attraverso il rapporto con l'altro. Non cerchiamo una metà per completarci, ma un altro soggetto con cui condividere un "respiro comune", “un terzo mondo", un luogo di convivenza che non appartiene a nessuno dei due, ma è il frutto della loro interazione e tentare di costruire una felicità che non annulli la singolarità di nessuno.

 

Amare una persona è il modo migliore per dare senso a un'esistenza passeggera.

Un'analogia spiega bene questo concetto. 

Pensate  a una goccia di rugiada che brilla su un fiore al mattino.

La goccia splende e dura pochissimo. Il suo scopo non è vivere per sempre, ma essere ammirata e goduta in quell'esatto istante. 

Per un poeta persiano, Omar Khayyam, l'amore umano è come quella goccia di rugiada.


O cuore, fa’ conto di  avere tutte le cose del mondo

fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde

e tu su quell’erba verde fa’ conto di esser rugiada

gocciata colà nella notte e al sorger dell’alba svanita.


Lettura di alcuni passi di Lucia Mastrodomenico tratti dall’Incontro-Covegno a Roma (4-5 febbraio 2006) sul ruolo dell’educazione.

Per imparare a vivere, uomini e donne, a relazionarsi senza annullare la differenza, è necessario iniziare da piccoli. Ma concretamente questo cosa significa? Prenderò spunto dal lavoro che Luce Iragaray, filososa ed esperta del linguaggio, fa da anni con i ragazzi nelle scuole. I giovani ritengono che la differenza sessuale si riduca al sesso: i maschi hanno il pene, le donne la vagina. Le loro risate celano la vergogna si si parla di sessualità. Quel che rimane sono i termini imparati a scuola, ne sanno di sessualità, vedono la televisione, ne parlano tra di loro, parlano anche di come possono essere sfruttate le donne ecc. 

Apprendono il sesso disgiunto dall’amore, accade che i maschi si sentono soli, imbarazzati, senza parole per esprimere i loro desideri, obbligati già da piccoli ad un ruolo preconfezionato. La femminilizzazione che vediamo oggi in molti uomini adulti e la mascolinizzazione di molte donne non convince, il vero scambio inizia mantenendo la propria identità, senza nessun appiattimento emancipatorio che conduce, ahimè, alla parità. La maggior parte dell’identità di genere, non è semplicemente biologica e neppure sociale, è anzitutto relazionale […]. Coltivare la possibilità di un nuovo modo di  fare l’amore anima e corpi, che senza neutralizzare la differenza crei il luogo dell’incontro, è compito centrale dell’educatore/a […]. Dobbiamo credere di più nelle relazioni umane, investire meno sul potere, sul narcisismo, sui beni materiali. Forse solo così la specie umana può migliorare. I giovani e le giovani mi hanno fatto capire che è possibile”.


Calitri 1 agosto 2026