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Auguri di una serena Pasqua alle nostre lettrici ed ai nostri lettori.

 Riflessione pasquale: riprendiamo una frase di Seneca da “Studenti.it” sul “tempo che passa”; 

il tempo, unica vera risorsa scarsa, come non perdono occasione di ricordarci gli esperti di economia aziendale (NdR).


Seneca: “Ci lamentiamo sempre che i nostri giorni sono pochi, ed agiamo come se non ci fosse mai fine ad essi”, perché sprechiamo il tempo che diciamo di non avere


Ci lamentiamo di non avere tempo, ma lo sprechiamo ogni giorno: la frase di Seneca che ci mette davanti a una verità scomoda


Tratto da : Redazione Studenti del 2 aprile 2026


La frase di Seneca, “Ci lamentiamo sempre che i nostri giorni sono pochi, ed agiamo come se non ci fosse mai fine ad essi”, colpisce perché descrive un comportamento molto comune. Da una parte diciamo di non avere tempo, dall’altra lo sprechiamo come se fosse infinito.

Non è una contraddizione astratta, ma qualcosa che viviamo ogni giorno. Rimandiamo, perdiamo ore in cose poco importanti, e poi ci sentiamo in ritardo. Seneca mette a nudo proprio questo meccanismo, senza giri di parole.


Tra consapevolezza e incoerenza

Nel primo passaggio, “Ci lamentiamo sempre che i nostri giorni sono pochi”, emerge una sensazione diffusa: quella di avere poco tempo a disposizione. Sentiamo che le giornate non bastano mai, che tutto corre troppo veloce.

Subito dopo però arriva il punto centrale: “Agiamo come se non ci fosse mai fine”. Qui Seneca evidenzia la nostra incoerenza. Se davvero credessimo che il tempo è limitato, lo useremmo in modo diverso. Invece ci comportiamo come se potessimo rimandare tutto all’infinito.

-5%La tranquillità dell'animo. Testo latino a fronte


Seneca: “La vera felicità è godersi il presente, senza dipendere ansiosamente dal passato”, perché facciamo fatica a vivere davvero l’oggi


Seneca e il valore del tempo nella filosofia stoica

Per Seneca, il tempo è il bene più prezioso che abbiamo. Nella sua visione, non è vero che la vita è breve: è breve solo se la sprechiamo. Questo pensiero torna spesso nei suoi scritti, soprattutto quando invita a vivere con maggiore attenzione. Non si tratta di fare di più, ma di vivere meglio. Dare valore al tempo significa scegliere con più cura come usarlo, evitando di disperderlo in attività che non ci arricchiscono davvero. È un invito molto concreto, anche se nasce da una riflessione filosofica.


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“Devo liberarmi del tempo e vivere il presente giacché non esiste altro tempo che questo meraviglioso istante”: Alda Merini e l’invito a non rimandare la vita


Perché questa frase è ancora attuale

Questa frase di Seneca continua a colpirci perché parla di un’abitudine che conosciamo fin troppo bene. Passiamo le giornate dicendo che il tempo non basta mai, che corre troppo, che ci sfugge dalle mani. Poi però finiamo spesso per trattarlo come se fosse inesauribile, rimandando quello che conta davvero.


“Il maggior ostacolo della vita è l’attesa che dipende dal domani, ma spreca l’oggi” 

Lucio Anneo Seneca (Roma 4 a.C. – 65 d.C.), filosofo drammaturgo e politico romano


La prima generazione di stranieri in Italia sta invecchiando e fatica a curarsi

 di Andrea Ceredani

tratto da “Avvenire” del 1.4.26


Victor Zavala ha 68 anni, soffre di artrite reumatoide e, da quando ha perso l'impiego, non può pagarsi le cure: «Vedo le mie mani storcersi senza poter agire»

La prima generazione di stranieri in Italia sta invecchiando e fatica a curarsi


Fino al 2019, la vita in Italia di Victor Jeans Zavala scorreva «senza grandi scossoni». Nel 1998 si era trasferito a Milano dal suo Perù e, fino a qualche mese prima dello scoppio della pandemia di Covid-19, lavorava come dipendente di un’impresa di pulizie garantendosi, tramite l’impiego, anche i documenti. «Tutto è cambiato in una mattinata, quando un motorino mi colpì e mi ruppe una gamba – racconta –. Da allora ho perso il lavoro e, di conseguenza, il permesso di soggiorno e l’accesso alle cure». Oggi Zavala ha 68 anni, soffre di artrite reumatoide e non ha soldi per comprare i farmaci di cui ha bisogno: «Le mie mani e i miei piedi si stanno irrigidendo e storcendo – spiega –. Sto cercando di compilare i documenti per riottenere il permesso e la tessera sanitaria, ma all’ufficio di collocamento mi rispondono sempre che assumono solo under-30». Senza lavoro, anche la salute diventa un privilegio di cui il 68enne non gode più: «Devo prendere ogni settimana i farmaci per l’artrite, ma non ho i soldi. A casa lavora solo mia moglie, per 700 euro al mese. Vado avanti solo grazie ai volontari della Caritas e dell’ambulatorio della fondazione Fratelli di San Francesco, che mi visita e mi compra le medicine». Come Zavala, altri 590mila stranieri con background migratorio over-60 in Italia faticano ad accedere a visite mediche, esami diagnostici e farmaci. Sono i migranti di prima generazione, che spesso hanno lavorato per decenni nel nostro Paese e ora invecchiano insieme al resto della popolazione. Ma con meno tutele: tra gli stranieri si registrano «fenomeni di sottodiagnosi, uso disomogeneo dei servizi e interruzioni dei percorsi di cura», sentenzia Immidem, il progetto dell’Istituto superiore di sanità che analizza la salute delle persone con storia migratoria residenti in Italia, monitorando l’emergere dei casi di demenza.

I numeri sono ovunque in crescita. Il 7,6% dei cittadini stranieri over-60 convive oggi con disturbi cognitivi e, anche quando riescono a farsi prendere in carico dal Servizio sanitario nazionale, le risorse per loro sono ancora insufficienti: solo il 6,7% dei centri dispone di materiale informativo multilingue, il 10,5% ha accesso a interpreti personali e il 37,3% conta sulla presenza di un mediatore culturale. «Le persone migranti – sintetizza Immidem – presentano una maggiore vulnerabilità linguistica e reti familiari più fragili». «Anche nel nostro ambulatorio sono capitate persone con demenza – spiega Arianna Princiotta, referente dell’ambulatorio milanese della fondazione Fratelli di San Francesco, che riceve stranieri senza permesso di soggiorno –. Ma esiste anche del sommerso: spesso le famiglie tengono a casa i genitori che danno segnali di demenza». I problemi della popolazione migrante, secondo la referente, sono gli stessi degli anziani italiani: «Difficoltà cardiocircolatorie, diabete, influenze e vaccini da iniettare». Ma gli ostacoli, per la popolazione straniera, sono più frequenti: «Molti mi raccontano che non riescono ad andare da soli neppure in farmacia – continua Princiotta – perché le traduzioni mancano e non capiscono quali farmaci comprare».


Tutto si complica con le patologie croniche, che richiedono una presa in carico da parte dell’Ssn. «Un signore cinese di quasi settant’anni – racconta la referente – aveva un glaucoma. Lo abbiamo visitato e poi lo abbiamo dovuto segnalare all’ospedale, ma non lo hanno accettato per mesi. Più volte “è stato rimbalzato” chiedendoci una visita che, in realtà, avevamo già fatto». Adesso l’uomo è sotto le cure di un ospedale pubblico milanese, ma altre persone nelle sue condizioni subiscono subiscono ogni anno sulla propria pelle le spese di questi ritardi.Ve

Nella Casa Donk di Trieste, dove è offerta assistenza sanitaria e psicologica gratuita a persone senza permesso, la dottoressa Giovanna Cornelio i pazienti cronici li conosce tutti per nome: «Sono gli habitué», scherza. Nella maggior parte dei casi, i loro problemi sono prima di tutto economici: «Un solo inalatore per una bronchite broncospastica costa 50 euro», spiega la dottoressa. Molti dei suoi pazienti anziani sono disoccupati e non percepiscono la pensione, ma anche tra i regolari ormai gli ostacoli per l’accesso alle cure sono sempre più alti. Per tutti gli stranieri con regolare permesso di soggiorno ottenuto tramite ricongiungimento familiare, in particolare, al compimento del 65esimo anno di età la sanità non è più gratuita. Ma costa almeno 2mila euro annui. «Non è sempre stato così – commenta Elisa Morellini dall’area legale dell’associazione milanese Naga –. Prima della legge di bilancio del 2024, il prezzo minimo era 387,34 euro». Per chi non si può permettere il pagamento, a queste condizioni, anche un diabete può essere letale: «Il problema sono le diagnosi – conclude la dottoressa Anna Spada di Naga –. Al primo accesso noi diagnostichiamo molte patologie croniche: significa che, se non li avessimo intercettati noi, questi anziani sarebbero tutti finiti in pronto soccorso con crisi ipertensive o diabeti scompensati».