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Ecco le principali attività in corso e alcuni  risultati raggiunti :


- Premio Lucia Mastrodomenico giunto a Napoli alla sua XII edizione per  Licei e scuole medie;

- Premio Lucia Mastrodomenico a Calitri (Av)) giunto alla sua seconda edizione;

- Iniziative politico culturali a Napoli ed in Irpinia volte a diffondere il pensiero e i principi ispiratori della vita di Lucia Mastrodomenico, a favore di donne, bambini, lotta alle disuguaglianze  diffusione della cultura di pace, legalità, dignità umana;

- Promozione di programmi di educazione sentimentale;

- Mostre  Fotografiche sulla storia del femminismo in Italia e sulla cultura delle donne al sud;


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Immagine, identità e stereotipo. Strutture urbane Napoli tra documentazione e rappresentazione

Il giorno 16 maggio 2026 alle ore 14,30 presso la Fondazione Valenzi - Maschio Angioino si terrà il Seminario su:

“Immagine, identità e stereotipo. Strutture urbane Napoli tra documentazione e rappresentazione”

Il Seminario propone una riflessione interdisciplinare sui linguaggi visivi e sulle forme attraverso cui Napoli è stata raccontata, osservata e interpretata nel tempo.

Interverranno studiosi, ricercatori e autori provenienti dagli ambiti dell’antropologia, della fotografia e degli studi urbani, tra memoria collettiva, studio delle dinamiche sociali, marginalità, cultura visuale e rappresentazione del quotidiano.

Il Seminario rientra nel progetto RILETTURE. Antropologia visiva del cambiamento urbano, sostenuto da Strategia Fotografia 2025 del Ministero della Cultura.

Intervento di Luisa Festa ore 15,30

“Racconto Fotografico del Rione Siberia”

Come è nato questo piccolo reportage fotografico sulla Siberia.

Nel gennaio 1979 lavoravo con la Giunta Valenzi e, nello stesso tempo, ero studentessa alla facoltà di Sociologia, con interessi soprattutto verso l’antropologia e la fotografia. Fotografo per passione dalla fine degli anni ’60: ho incominciato a 19 anni.

Sono laureata in Sociologia e fin da giovanissima impegnata, tanto a livello associativo quanto a livello istituzionale, nell’ambito delle politiche di genere.

Oltre ad aver rivestito il ruolo di consigliera di parità nella ex Provincia di Napoli, ho partecipato alla IV Conferenza Mondiale delle Donne di Pechino nel 1995 come rappresentante delle ONG: un evento importante per la promozione dei diritti delle donne a livello globale.

I miei modelli erano Annabella Rossi, Tina Modotti, Mimmo Iodice, Luciano D’Alessandro, Lello Mazzacane. Ho incominciato a fotografare le feste popolari, le manifestazioni delle donne, le femministe, la cultura contadina e mi interessava la fotografia sociale.

Quando ho scoperto il potere della fotografia, che era quello di conservare memoria degli eventi che mi trovavo a vivere, fotografavo tutto quello che colpiva il mio immaginario con uno sguardo di donna, ma nello stesso tempo partecipavo alle lotte, sempre accompagnata dalla mia fedele macchina fotografica. Quindi, per me, la fotocamera era uno strumento di partecipazione e di relazione, quindi di osservazione partecipante.

Diceva Susan Sontag:

“Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza e quindi di potere.

Le fotografie forniscono testimonianze. Una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne mostrano una fotografia.”

Roland Barthes: “La fotografia riproduce all’infinito quello che ha avuto luogo solo una volta; essa ripete meccanicamente ciò che non potrà più ripetere esistenzialmente.”

Così, quando Emma Maida, allora Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli della Giunta Valenzi, mi invitò a partecipare all’incontro con le donne della Siberia per la campagna elettorale del PCI, mi attrezzai subito con la mia macchina fotografica perché non volevo perdere questa occasione.

Queste foto, per la verità, sono rimaste chiuse in un cassetto per circa 47 anni e questa occasione che mi ha dato Lucia Valenzi con la Fondazione è stata per me una grande occasione.

Partecipavo all’incontro e fotografavo tutto quello che mi colpiva, con grande emozione e senza invadenza. Fotografavo la dignità delle donne che, nonostante la povertà evidente, ci accoglievano con un sorriso. Ho fotografato i bambini incuriositi dalla nostra presenza e le baracche che le donne tenevano in ordine, e le case in muratura. Ma soprattutto la speranza di avere finalmente una casa in muratura in un condominio.

Quelle foto-denuncia di quelle situazioni hanno poi contribuito, grazie al Sindaco Valenzi, a migliorare il quartiere con l’abbattimento delle baracche.

Mi chiedevo come fosse possibile che, dalla fine della guerra, esistessero ancora simili situazioni e napoletani che vivevano in quelle condizioni. Infatti lo chiamavano “il quartiere della vergogna”.

Dalla rivista Nord-Sud XX, n. 163, articolo di Francesco Ruotolo:

“Siberia, un vecchio quartiere-rudere dove per decenni i poveri di Napoli hanno pagato due miliardi di fitti a proprietari fuori legge, spalleggiati al Comune dai monarchici prima, dai neofascisti dopo. Baracche in miniatura, con strade non asfaltate, le fogne che il sole fa bollire moltiplicando gli insetti, la mancanza assoluta di ogni più elementare igiene pubblica.”

“Il Rione Siberia era un quartiere popolare e fatiscente situato a monte di Corso Malta, immediatamente sotto la Doganella; è un insediamento relativamente antico poiché tra il 1870 e il 1875, ai margini di una campagna già allora umida e poco abitabile, sorgono le prime case…”

Dalle ricerche compiute dall’Ufficio Catasto di Napoli e dagli archivi dell’Intendenza di Finanza è possibile ricostruire la storia urbanistica del rione. La zona è al sud di un’antica strada, la Doganella, di comunicazione provinciale tra la periferia cittadina — Piazza Carlo III, Foria — e la campagna, oggi Secondigliano, San Pietro a Patierno, Casoria.

Continuando la lettura dell’articolo di Ruotolo:

“Il Rione Siberia sorge nelle vicinanze di tre cimiteri. Contro ogni norma di legge, ancora oggi, come ai primi del secolo, Siberia è legata a un cimitero, le cui porte sono attaccate a una catapecchia del rione della parte di sotto, dove sono sepolti a migliaia i morti di un’epidemia che flagellò Napoli — una delle tante — (detto Cimitero delle 366 fosse, progettato nel 1762 da Ferdinando Fuga per volere di Ferdinando IV di Borbone; fu creato per dare sepoltura dignitosa ai poveri). L’altro accesso al rione, cioè la Doganella, è a pochi passi dal Cimitero del Pianto e di Poggioreale.”

“Siberia è estesa per 30.000 mq e quindi i maggiori proprietari hanno costruito occupando abusivamente il suolo e costruendo senza regolare licenza edilizia. La maggior parte del quartiere era di proprietà della famiglia Morvillo.”

Esistevano nei dintorni piccole fabbriche: vetrerie, cristallerie, pelli, terracotta, scarpe, segherie. La zona, che nel 1910 contava pochi fabbricati abitati, impiegava nella manodopera delle botteghe artigiane e nelle fabbrichette intorno, poi abbandonate.

Con la fine della guerra coincide una accentuata speculazione che ha nel periodo laurino il momento di maggiore espansione.

La Siberia è sorta inoltre fra insediamenti di fabbriche e depositi, con i decenni progressivamente abbandonati per la chiusura dei laboratori non più competitivi, sia per il valore del prodotto che per il prezzo sul mercato, sia per i macchinari non più tecnologicamente idonei a garantire la resistenza a una concorrenza industriale.

Al Catasto risulta il Rione Siberia composto da 355 abitazioni e 339 famiglie; ciò dimostra che una ventina di tuguri sono stati negli ultimi anni abbandonati perché crollati o sprofondati, appartenuti a 24 proprietari.

“La famiglia che, con poche suppellettili, ricorreva anche attraverso prestiti familiari e non all’estremo rifugio della Siberia, chiedendo un fitto per la casa… In tale periodo di attesa, si innalzavano, o su nuovo suolo o su un primo piano delle catapecchie esistenti, quattro pareti di brockner vuoto; le dividevano con divisioni di cartone e quindi consegnavano la casa alla famiglia.”

Da una indagine statistica su un campione molto alto, su 200 abitazioni, dal collettivo degli studenti che aveva promosso nel 1972 la costituzione del comitato di quartiere, risultava che il 3% delle abitazioni era composto da 4 vani, mentre il 43% da 2-3 vani e il 49% delle abitazioni. Questa inchiesta aveva rilevato 15 casi di coabitazione.

L’indice di affollamento era di 4 persone a vano, con molti casi di bassi e tuguri di un vano abitati da famiglie con otto o dieci figli, anziani e donne rimaste vedove i cui figli erano emigrati. I fitti erano anche altissimi. Le baracche della Siberia hanno avuto un valore commerciale altissimo: hanno reso negli ultimi 30 anni un miliardo e ottocento milioni. Le famiglie, per avere un tetto, avevano impegnato anelli e biancheria pur di pagare la caparra.

Nel 1972 anche l’Associazione Mato Grosso e gruppi di universitari si occuparono del problema della Siberia, organizzando doposcuola per i bambini e visite per ascoltare la loro condizione e raccogliere dati statistici.

Nel 1973 si costituì il Comitato di Quartiere del Rione Siberia che, insieme con i partiti della sinistra, con a capo il PCI, iniziò momenti di lotta per rivendicare una casa dignitosa.

Il Quartiere Siberia fu smantellato definitivamente con la giunta di centrosinistra con a capo il sindaco Maurizio Valenzi, con il nuovo sviluppo urbanistico del Comune di Napoli.

Dopo l’abbattimento delle catapecchie, agli abitanti furono assegnate le case a Secondigliano e nelle Vele di Scampia.