di Roberto Landolfi
Cinque sono le isole partenopee e non tre. A Ischia, Capri e Procida, vanno aggiunte Ponza e Ventotene, provincia di Littoria dal 1934 (Latina dal 1945) . Prima erano provincia di Caserta. Quindi campane a tutti gli effetti.
Ponza e Ventotene furono abitate, a fine 1700 da popolazioni di Ischia e di Torre del Greco, inviate sulle isole dai Borboni. Sono quindi per cultura e tradizioni di derivazione campana. Gli isolani di queste due isole parlano tuttora un dialetto di indubbie origini napoletane.
Delle cinque isole scelte, vorrei soffermarmi su tre, Procida, Ventotene ed Ischia, dove sono ambientati tre romanzi del 900 italiano: L’isola di Arturo di Elsa Morante (1957), l’Isola Riflessa di Fabrizia Ramondino (1998), Tu, mio di Erri De Luca (1998),
Procida:
Non trovo aggettivi per descrivere L’isola di Arturo. Ne possiedo più copie, ho bisogno di leggerne, di tanto in tanto, alcune pagine. Wilhelm Gerace di sangue misto tedesco e italiano, Nunziatina venuta a Procida dal Pallonetto, Arturo, la madre morta di parto che conosciamo solo da un’ingiallita fotografia, sono presenze insostituibili, nate dalla penna di quella che considero la più grande scrittrice italiana. Personaggi di un romanzo che non è solo lettura, ma terapia. Può un romanzo essere terapeutico? Se sì, per me, lo è l’Isola di Arturo.
Come scrive Cesare Garboli nell’introduzione all’edizione ET scrittori Einaudi: “Sono tutte vive, tutte infantili, le persone come Elsa Morante e nella loro infanzia si portano addosso la croce di far parte non di un oggi, ma di un sempre. Così <in eterno ogni perla del mare ricopia la prima perla, e ogni rosa ricopia la prima rosa>”
La prima frase del libro, pronunciata da Arturo, “Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome”; l’ultima “L’isola non si vedeva più” suggellano un percorso adolescenziale e mille intrecci familiari, sociali, descritti da una maestra della scrittura. All’interno delle più di 300 pagine del romanzo: la vita, la morte, sentimenti e passioni, adolescenza e concretezza, sogni e illusioni, bellezza e grandi, grandissime, piccole speranze. Un infinito.
Ventotene:
Che bella Fabrizia Ramondino! Quando, accompagnai Lucia Mastrodomenico, intenta al suo lavoro di documentazione, ad Itri, dove Fabrizia alloggiava, per intervistarla, ci accolse con un buon bicchiere di vino. Era fine estate. Il fresco di Itri ed il bel vino condussero Fabrizia e Lucia ad una conversazione molto dotta e fascinosa, a cui assistetti ammirato. Parlavano delle loro differenze e del tanto che le accumunava, dell’esperienza vissuta insieme alla Mensa dei bambini proletari e delle donne, come loro due, rivoluzionarie.
Si legge nella seconda di copertina dell’edizione Einaudi 2017 de L’isola Riflessa : “Fabrizia Ramondino trascorse un’intensa stagione a Ventotene, nel tentativo di uscire dall’ombra della depressione e dell’alcoolismo….Le contraddizioni del luogo e quelle dell’anima non fanno che rispecchiarsi in queste pagine vivissime, palpitanti, di un’intelligenza dolorosa e fulminante”
La Ramondino descrive l’isola, ora terra di turismo e prima di segregazione. Ventotene è stata culla d’Europa, terra del confino di antifascisti, dove avvenne la stesura del primo Manifesto Federalista Eusopeo da parte di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.
Fabrizia, nel suo lungo e solitario soggiorno a Ventotene ne descrive le due facce: quella di primavera estate, turistica, e quella autunnale, dove l’isola è degli isolani, cogliendo gli aspetti più intimi e singolari della loro personalità, la bellezza dei luoghi tra canne agavi e gelsi, tra lenticchie e fave.
Ischia:
Dove ha trovato, Erri De Luca, la profondità, così tanto sentimento, per descrivere l’amore di Tate e Caia, in “Tu,mio”? Deve aver molto letto, molto studiato o molto sofferto.
Il Castello Aragonese, il villaggio dei pescatori, dominano un’estate ischitana del dopo guerra, dove si compie l’adolescenza, dove avviene l’incontro di Tate con Caia, più grande di lui. L’amore e la passione per la pesca, nel mese che consuma la fine delle vacanze.
Si legge, nel commento di Enzo Siciliano, sulla quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli del 2025: “Tu,mio è un racconto di superamento della cosiddetta linea d’ombra, centrato sul passaggio dai privilegi dell’adolescenza alla ruvidezza della maturità”
Romanzo dell’adolescenza, di celebrazione dell’amore, con pagine stupende, quale uno dei tanti colloqui tra Tate e Caia che qui riporto:
“Passeggiammo zitti fino all’ingresso del castello dove l’isola si sporge nel mare con un arrocco.
<Ti ho lasciato un segno di grasso sul palmo, provo a levartelo>
Tra gli scogli dell’istmo c’era qualche pietra pomice, scesi a prenderne una. Le strofinai il palmo piano, le si velarono gli occhi.
<Non fa male>
<No>
<Allora non essere infelice>
<Non sono infelice>, caddero le prime due lacrime che vengono a coppie e da qui i poeti hanno imparato le rime.
Le raccolsi con la pietra pomice e pulii via il nero dalla mano.
<Evviva funziona> scherzai per farla ridere e rise tirando su col naso”