testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Trump e gli psichiatri

 Di Oliviero Ponte Di Pino

Tratto da Doppio zero del 27 Febbraio 2026


Dai tempi del cavallo di Caligola, la follia dei potenti è al centro del pettegolezzo politico e della riflessione storica. Nella Bibbia incontriamo sovrani che impazziscono, come il babilonese Nabucodonosor e il re d'Israele Saul. Nell'Europa Occidentale, Giovanna di Castiglia aveva riunito le corone di Castiglia e d'Aragona prima di essere soprannominata “La Pazza”. Carlo VI di Francia “Il Folle” pensava di essere fatto di vetro ed era terrorizzato dalla possibilità che qualcuno lo toccasse, mandandolo in frantumi. Negli ultimi anni del suo regno Giorgio III d'Inghilterra, dopo aver dato a lungo evidenti segni di squilibrio, venne affiancato come reggente dal figlio, il futuro Giorgio IV. Gian Gastone, l'ultimo dei Medici, visse per anni come un hikikomori su un sudicio divano.

Si è molto discusso delle possibili patologie di Adolf Hiter (la diagnosi: una miscela di disturbi della personalità e psicosi, tra cui paranoia, narcisismo maligno e tratti psicopatici) e della sua cricca: il tema è tornato d'attualità con il film Norimberga: ma i gerarchi nazisti non avevano evidenti patologie psichiche (vedi su Doppiozero Marco Ercolani, Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra).

Nel 2024, Donald Trump aveva costruito la sua campagna elettorale sul declino cognitivo dell'anziano presidente Joe Biden, divenuto evidente nel loro ultimo faccia a faccia elettorale televisivo. La disastrosa esibizione di “Sleepy Joe” – Joe il Dormiglione – ha dato la spinta decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca.

Nel 2021 il settantottenne Joe Biden era diventato il presidente più anziano della storia degli Stati Uniti. Il giorno del suo insediamento il 20 gennaio 2025, Donald Trump era di 142 giorni più anziano. “The Donald” rivendica una salute di ferro e una genetica fuori del comune. Tuttavia, dopo averlo visto all'opera nel suo secondo mandato, sono sempre più numerosi gli osservatori che si interrogano sulle sue condizioni. La salute fisica: vedi i misteriosi lividi sulla mano destra comparsi nel luglio del 2025. Ma soprattutto quella psichica: vedi i discorsi spesso incoerenti, le divagazioni fuori luogo, i repentini cambi d'opinione, i pisolini durante gli eventi ufficiali, la compulsiva attività social, soprattutto notturna, con oltre 6600 messaggi su Truth (il canale di sua proprietà) nel 2025... Poi c'è la megalomania egocentrica che l'ha portato per esempio nel dicembre 2025 a cambiare il nome del “Kennedy Center” di Washington, facendolo diventare “Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”. E a progettare per la capitale americana un Arco di Trionfo molto più grande del modello che ha ammirato di recente a Parigi.

Nel dicembre 2025 la capa di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, in un'intervista a “Vanity Fair” si era lasciata sfuggire che Trump, anche se beve solo Diet Coke, “ha una personalità da alcolizzato”. Tra i primi a esprimere grandi preoccupazioni sulla sua personalità era stata la figlia di Fred Trump II, il fratello maggiore di Donald: nel 2020 Mary L. Trump aveva pubblicato il memoir Too Much and Never Enough: How My Family Created the World's Most Dangerous Man, che in Usa ha venduto un milione di copie nella prima settimana e che ora esce in Italia in versione aggiornata da UTET con il titolo Sempre troppo e mai abbastanza. È un ritratto rivelatore: “Mio zio è stato un ragazzino viziato cui pochi hanno detto di no. Una cosa per me sconcertante perché, in realtà, è un uomo debole, incapace di gestire le situazioni ostili”, ha raccontato ad Anna Lombardi (“il venerdì”, 13 febbraio 2026). “Quando ancora frequentavo la casa dei nonni, mio zio era sempre al centro dell'attenzione. Tutti si rivolgevano a lui e ne era evidentemente lusingato”. A proposito del rapporto con l'avvocato Ray Cohn, consulente del senatore Joseph McCarthy, radiato dall'ordine nel 1986 e morto poco dopo per AIDS, Mary L. Trump ricorda: “Fu ancora una volta il nonno, di cui Roy Cohn era amico, ad affidarglielo. Quindi anche le radici di quell'atteggiamento vanno rintracciate in famiglia. Poi, certo, trovando terreno fertile, Cohn ebbe un'ampia influenza negativa di Don. Il nonno gli aveva insegnato a non assumersi mai la responsabilità di nulla. Cohn aggiunse un livello di aggressività che prima non c'era”.

j

La psichiatra forense Bandy Lee, ex docente della Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume The Dangerous Case of Donald Trump (2017) le diagnosi di 27 psichiatri, psicologi ed esperti di salute mentale, per concludere che il presidente non era adatto a governare e costituiva un grave pericolo per la nazione. In sintesi, Donald Trump manifesterebbe tratti riconducibili al narcisismo maligno, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia.


Alla costruzione della personalità di Trump si è dedicato anche Stefano Massini, che nel 2025 gli ha dedicato un monologo che sta girando con successo l'Italia, e che accompagna il protagonista dall'infanzia fino alla discesa in campo: “È una storia, secondo me, straordinaria perché shakespeariana: c’è la mania del potere, il suo sviluppo esponenziale. È uno spettacolo che si sbilancia totalmente verso una forma di mania: del possesso, dell’accumulo. È uno spettacolo che procede per una forma quasi insostenibile – kitsch, pacchiana – di sovrapposizioni continue, di segni, di conquiste, di colpi di scena; ed è Trump. È lui che vive di accentramento, di ipertrofia, come dicevo, e di imprevedibilità. Trump è la costruzione di questa ascesa, è l’apoteosi degli anni ’80, vedi la Trump Tower, un monumento che – anche urbanisticamente, architettonicamente – rappresenta la forza di quest’uomo che, in fin dei conti, allora aveva poco più che trent’anni. Più tardi, il capitombolo micidiale degli anni ’90, le bancarotte in sequenza, l’ossessione di salvarsi e la ripartenza dallo zero. Per questo è una bella storia, perché non è lineare, è contraddittoria, ricca di incoerenze, di asimmetrie” (dal programma di sala di Donald. Storia molto più che leggendaria di un Golden Man). Quello che emerge da questo monologo non è necessariamente il ritratto di un pazzo. Di recente Massini ha avvertito che “la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia” (“la Repubblica”, 6 febbraio 2026).

La sgangherata aggressività del maschio alfa può ispirare una efficace strategia di management, come lascia intuire Manfred F.R. Kets de Vries, autore di un piccolo classico, Leader, giullari e impostori, ripubblicato da Cortina nel 2019 (vedi la recensione qui). Di recente questo psicologo e teorico del management ha dissezionato Il leader narcisista (Cortina, Milano, 2026), risalendo fino al mito greco, per spiegare che la vicenda di Narciso “non riguarda solo un giovane uomo pieno di sé”: sotto la superficie, “scopriremo anime emotivamente storpie, individui coinvolti in un discorso autoreferenziale, affetti da quello che può essere definito un disturbo di deficit di attenzione”. I narcisisti, essenzialmente privi di empatia o di compassione verso gli altri, “vivono nel timore di non sentirsi mai abbastanza straordinari da essere notati, amati” e dunque “in un cantuccio della loro anima si nasconde un piccolo bimbo spaventato” (p. XVII). Una certa dose di narcisismo è indispensabile per sopravvivere. E dunque è possibile distinguere un narcisismo costruttivo e un narcisismo reattivo, eccessivo, che non tollera il disaccordo né la critica. È il narcisista maligno. Lo spirito del capitalismo, nota de Vries, alimenta narcisismo, avidità e invidia (p. 53): queste caratteristiche appaiono perfettamente funzionali al sistema.

Il narcisista può anche essere illuminato da un irresistibile carisma: l'estrema fiducia in sé stesso, l'energia, la propensione ad assumersi rischi, l'abilità oratoria, le visionarietà, possono contribuire a una leadership ispiratrice e visionaria (p. 60). Ma è una leadership pericolosa, avverte de Vries, dove convergono “un comportamento arrogante e grandioso (Hybris)” e la postura del “giudice giusto (Nemesi)” ma implacabile, in un abbinamento macabro e contraddittorio: questo mix lo investe di un grandioso ruolo salvifico, in grado di risarcire le ingiustizie subite e salvare da pericoli apocalittici (più immaginari che veri).


Per De Vries il narcisista maligno (anche se la diagnosi non è riconosciuta ufficialmente nel DSM-5-TR, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) si distingue dal narcisista costruttivo per il sadismo: fa gratuitamente del male agli altri, avendo poco o nessun rimorso per il danno inflitto. Il narcisista maligno tende a essere molto esigente e conflittuale nelle trattative, è molto bravo a gestire la propria immagine ed è assai abile nel polarizzare e nel far emergere le parti più tenebrose della natura umana (pp. 73-74). Nella galleria dei narcisisti maligni, “Hitler non è il solo. In una certa misura, leader come Donald Trump, Recep Tayyip Erdogan, Viktor Orbán e Narendra Modi hanno seguito un copione simile” (p. 72).

Ad affrontare il tema delle possibili patologie trumpiane era stato una decina d'anni fa Allen Frances, un docente di psichiatria che ha curato la precedente edizione del DSM, autore di L'America di Trump all'esame di uno psichiatra (Bollati Boringhieri, Torino, 2018, ripubblicato nel 2024). Frances ricorda la “regola di Goldwater”. Durante le elezioni presidenziali del 1964 alcuni “psichiatri di sinistra” avevano “medicalizzato” il loro astio politico contro il candidato repubblicano: dopo quell'episodio, l'American Psychiatric Association vieta ai suoi soci di fare diagnosi su personalità pubbliche che non hanno mai incontrato.

A Frances, Trump non gli sta certo simpatico: “Abbiamo avuto la nostra bella dose di presidenti stupidi, impulsivi, bugiardi, ignoranti, narcisisti, bellicosi, complottisti e imprevedibili – ma mai un presidente ha incarnato così alla perfezione queste caratteristiche spregevoli tutte quante insieme” (p. 10). Tuttavia “impiegare gli strumenti della psichiatria per screditare Trump porta a tre gravi conseguenze indesiderate”: aumenta lo stigma per gli altri pazienti (in genere i malati non sono animati da cattive intenzioni e in genere si comportano bene); “medicalizzare i comportamenti scorretti di Trump significa sottostimarlo e distogliere l'attenzione dai pericoli insiti nelle sue scelte politiche”; e infine i potenziali sostituti di Trump – oggi J.D. Vance e Marco Rubio – rischiano di essere peggiori del loro boss (p. 13).


Il problema, spiega con chiarezza Allen Frances, non è Trump. Oggi non subiamo più i sovrani per volontà divina e successione dinastica. Siamo in democrazia. Il problema siamo noi, gli elettori che si fanno ammaliare da queste “anime emotivamente storpie” e dai loro slogan. Trump e soci possono anche essere un manipolo di narcisisti maligni, o peggio. Ma la vera patologia è quella di nazioni che si perdono dietro a personalità tossiche, che si rispecchiano nella loro patologia.

Non serve ripetersi che l'attuale inquilino della Casa Bianca è un pazzo. Il problema è politico. Forse un indizio utile ce l'ha dato nel 2017 il suo ex amico, il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, in una mail all'ex segretario al Tesoro Larry Summers, quando è sbottato “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”.
Il problema, avverte de Vries, è che è quasi impossibile liberarsi di un narcisista maligno, una volta che ha assunto posizioni di vertice, anche perché si circonda di un seguito adorante che alimenta i tratti peggiori del suo carattere.



Per la sanità si prevedono tempi di magra.

Tratto da “Quotidiano Sanità” del 2 aprile 2026


Ocse: “Finita la stagione degli aumenti di spesa post Covid. Tra debito, energia, protezione sociale e difesa incombe una stretta sui bilanci”

Per la sanità si prevedono tempi di magra. Ocse: “Finita la stagione degli aumenti di spesa post Covid. Tra debito, energia, protezione sociale e difesa incombe una stretta sui bilanci”



Nel 2024 la spesa sanitaria nei Paesi Ocse è tornata a correre: +4% in termini reali e 9,3% del Pil medio. Ma deficit, debito e nuove priorità di spesa restringono gli spazi: la prossima sfida sarà tenere insieme sostenibilità, equità e resilienza


La spesa sanitaria torna a salire, ma il tempo dell’espansione senza freni è finito. Dopo il balzo degli anni della pandemia e il successivo riassestamento, l’Ocse certifica che nel 2024 i Paesi membri hanno registrato una crescita media della spesa sanitaria attorno al 4% in termini reali, oltre i livelli pre-Covid. Ma insieme al rimbalzo arriva anche l’avvertimento: i conti pubblici sono sotto pressione, il debito cresce, i deficit restano elevati e la sanità dovrà contendersi ogni euro con difesa, protezione sociale, energia e sostegno all’economia.


Il nuovo working paper Latest health spending trends and outlook: Balancing resilience and sustainability in challenging times racconta infatti una fase di transizione delicatissima. Nel 2024 la sanità ha assorbito in media il 9,3% del Pil nei Paesi Ocse: meno del picco del 2021, quando era arrivata al 9,6%, ma comunque 0,5 punti sopra il livello del 2019. È il segno che la spesa non è tornata indietro, ma anche che il sistema sta entrando in una nuova stagione, nella quale non basterà aumentare i fondi: bisognerà spenderli meglio.

L’andamento degli ultimi cinque anni è stato tutto fuorché lineare. L’Ocse ricorda che la spesa sanitaria è cresciuta del 5% nel 2020 e dell’8% nel 2021, per poi scendere del 2% nel 2022, restare ferma nel 2023 e riprendere quota nel 2024. Una dinamica fortemente condizionata dalle crisi che si sono succedute: prima il Covid, poi la guerra in Ucraina, l’inflazione, la crisi energetica, il rallentamento economico e infine il ritorno delle politiche di consolidamento fiscale.

A colpire, però, non è soltanto la volatilità complessiva. È anche la crescente distanza tra i diversi Paesi. Il report sottolinea che dal 2020 le traiettorie nazionali si sono differenziate molto più che in passato, perché i governi hanno reagito in modo diverso sia alla pandemia sia agli shock economici successivi. Il grafico di pagina 13 mostra con evidenza come si sia ampliato il divario tra i tassi di crescita della spesa sanitaria nei 38 Paesi Ocse: un segnale di frammentazione che rende sempre meno utile affidarsi alle sole medie.

Un altro dato chiave riguarda il ruolo del finanziamento pubblico. Sono stati infatti governi e assicurazioni obbligatorie a sostenere il grosso dello sforzo pandemico, con tassi di crescita della spesa attorno all’8% nel 2020 e nel 2021. Dopo il rientro delle misure emergenziali, la spesa pubblica sanitaria è diminuita del 3% nel 2022, è rimasta piatta nel 2023 ed è tornata a crescere di circa il 5% nel 2024. Nel frattempo, la quota della spesa sanitaria coperta da fonti pubbliche o assicurazioni obbligatorie è salita al 75%, circa un punto in più rispetto al 2019.

Sul piano della composizione della spesa, il report mostra che la prevenzione e l’amministrazione hanno avuto un andamento estremamente irregolare: fortissima crescita durante la pandemia e successivo rientro. La long-term care, al contrario, ha continuato a crescere in modo relativamente stabile. Nel 2023, la quota di spesa destinata alla prevenzione è tornata sostanzialmente sui livelli pre-pandemici. Un passaggio non secondario, perché suggerisce che una parte degli investimenti straordinari attivati con il Covid non si è consolidata strutturalmente.

L’Ocse insiste poi su un punto spesso trascurato nel dibattito pubblico: la resilienza dei sistemi sanitari non dipende solo dalla spesa corrente, ma anche dagli investimenti. Tra 2021 e 2024, la spesa in conto capitale nel settore salute si è fermata in media attorno allo 0,6% del Pil, contro oltre il 9% della spesa corrente. Troppo poco, osserva il paper, se l’obiettivo è rafforzare infrastrutture, tecnologie, capacità di risposta e qualità dei dati. E non a caso il documento collega in modo diretto la tenuta futura dei sistemi sanitari alla capacità di investire in attrezzature, interoperabilità e trasformazione digitale.

Da questo punto di vista nell’ultimo decennio la spesa per software, database e apparecchiature ICT è cresciuta più rapidamente rispetto a edilizia e altre tecnologie, rispettivamente del 7,2% e del 5,6% l’anno. Per l’Ocse è il segno di una progressiva riconversione degli investimenti verso il digitale. Ma lo stesso report avverte che i livelli restano ancora insufficienti rispetto a quelli necessari per rafforzare davvero la resilienza dei sistemi sanitari.

C’è poi il nodo politico più sensibile: la sanità resta una priorità, ma non è l’unica. Nei bilanci pubblici dei Paesi Ocse, la salute rappresenta in media il 15,1% della spesa pubblica totale nel 2023, circa un punto in più rispetto al 2013. È la seconda voce dopo la protezione sociale. Ma il confronto con le altre funzioni di spesa mostra una competizione crescente. Prima e dopo la pandemia la spesa sanitaria è cresciuta più di istruzione e protezione sociale, ma meno della difesa, che ha accelerato soprattutto nel 2022 e nel 2023.

Ed è qui che arriva il vero monito del paper. Il quadro macroeconomico per i prossimi anni resta difficile: tra 2025 e 2027 la crescita del Pil nell’area Ocse dovrebbe attestarsi solo tra l’1,7% e l’1,8%, mentre i deficit pubblici medi sono saliti al 4,7% del Pil nel 2024 e dovrebbero restare elevati. Intanto il debito pubblico è previsto in aumento fino al 113% del Pil nel 2027. In questo contesto, scrive l’Ocse, il consolidamento fiscale sarà inevitabilmente una priorità e i bilanci sanitari non potranno considerarsi al riparo.

Il documento non prevede però una frenata immediata. Anzi, sulla base dei budget già disponibili in alcuni Paesi, il 2025 dovrebbe ancora mostrare una crescita robusta della spesa sanitaria pubblica, in alcuni casi anche nel 2026. Ma oltre questa finestra, il margine si restringe. L’indicazione generale è chiara: l’aumento di spesa proseguirà nel breve periodo, ma poi tenderà a rallentare in modo marcato.

Per l’Italia il passaggio è particolarmente significativo. Il working paper mostra che, dopo il rallentamento del 2022 e del 2023, la spesa pubblica sanitaria è tornata a crescere nel 2024 e dovrebbe aumentare ancora tra il 2025 e il 2026. Tuttavia, la sua incidenza sul Pil è prevista stabile al 6,4% nel triennio 2025-2027, cioè sostanzialmente in linea con i livelli pre-pandemia. Più che una nuova fase espansiva, dunque, si profila una normalizzazione.

Il documento segnala inoltre le difficoltà dei sistemi fondati sull’assicurazione sanitaria sociale, dove in diversi Paesi la crescita della spesa ha superato quella delle entrate. Il risultato è stato l’utilizzo di riserve, trasferimenti pubblici straordinari e misure di contenimento dei costi. Anche questo è un segnale della pressione crescente sui meccanismi di finanziamento e della difficoltà di reggere gli aumenti di spesa senza interventi correttivi.

La conclusione dell’Ocse è netta: non sarà sufficiente chiedere più fondi. Per reggere l’urto dell’invecchiamento della popolazione, della crescita delle patologie croniche e dell’innovazione tecnologica, i sistemi sanitari dovranno diventare più efficienti. Le direttrici indicate sono tre: rafforzare l’assistenza primaria, ripensare l’assetto ospedaliero e accelerare su digitale, dati e intelligenza artificiale. Ma sono riforme che richiedono investimenti iniziali e capacità di governo, non semplici tagli lineari.

Il messaggio finale è quindi più politico che contabile. La pandemia ha dimostrato che i sistemi sanitari non possono essere compressi oltre una certa soglia senza pagarne il prezzo. Ma oggi, con finanze pubbliche più fragili e nuove pressioni sui bilanci, la domanda non è soltanto quante risorse destinare alla sanità. La domanda vera è se i governi saranno capaci di usarle per rafforzare davvero i sistemi, invece di inseguire l’emergenza successiva.