testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Ciao Agosto. Tre isole. Tre romanzi

 di Roberto Landolfi


Cinque sono le isole partenopee e non tre. A Ischia, Capri e Procida, vanno aggiunte Ponza e Ventotene,  provincia di Littoria dal 1934 (Latina dal 1945) . Prima erano provincia di Caserta. Quindi campane a tutti gli effetti. 

Ponza e Ventotene furono abitate, a fine 1700 da popolazioni di Ischia e di Torre del Greco,  inviate sulle isole dai Borboni. Sono quindi per cultura e tradizioni di derivazione campana. Gli isolani di queste due isole parlano tuttora un dialetto di indubbie origini napoletane.


Delle cinque isole scelte, vorrei soffermarmi su tre, Procida, Ventotene ed Ischia, dove sono ambientati tre romanzi  del 900 italiano: L’isola di Arturo di Elsa Morante (1957), l’Isola Riflessa di Fabrizia Ramondino (1998), Tu, mio di Erri De Luca (1998),


Procida: 

Non trovo aggettivi per descrivere L’isola di Arturo. Ne possiedo più copie, ho bisogno di leggerne, di tanto in tanto, alcune pagine. Wilhelm Gerace di sangue misto tedesco e italiano,  Nunziatina venuta a Procida dal Pallonetto, Arturo, la madre morta di parto che conosciamo solo da un’ingiallita fotografia,  sono presenze insostituibili, nate dalla penna di quella che considero la più grande scrittrice italiana. Personaggi di  un romanzo che non è solo lettura, ma terapia. Può un romanzo essere terapeutico? Se sì, per me,   lo è l’Isola di Arturo. 

Come scrive Cesare Garboli nell’introduzione all’edizione ET scrittori Einaudi: “Sono tutte vive, tutte infantili, le persone come Elsa Morante e nella loro infanzia si portano addosso la croce di far parte non di un oggi, ma di un sempre. Così <in eterno ogni perla del mare ricopia la prima perla, e ogni rosa ricopia la prima rosa>” 

La prima frase del libro, pronunciata da Arturo,  “Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome”; l’ultima “L’isola non si vedeva più” suggellano un percorso adolescenziale e mille intrecci familiari, sociali, descritti da una maestra della scrittura. All’interno delle più di 300 pagine del romanzo:  la vita, la morte, sentimenti e passioni, adolescenza e concretezza, sogni e illusioni, bellezza e grandi, grandissime, piccole speranze. Un infinito. 


Ventotene:

Che bella Fabrizia Ramondino! Quando, accompagnai Lucia Mastrodomenico, intenta al suo lavoro di documentazione, ad Itri, dove Fabrizia alloggiava, per intervistarla, ci accolse con un buon bicchiere di vino. Era fine estate. Il fresco di Itri ed il bel vino  condussero Fabrizia e Lucia ad una conversazione molto dotta e fascinosa, a cui assistetti ammirato. Parlavano delle loro differenze e del tanto che le accumunava, dell’esperienza vissuta insieme alla Mensa dei bambini proletari e delle donne, come loro due, rivoluzionarie. 

Si legge nella seconda di copertina dell’edizione Einaudi 2017 de L’isola Riflessa : “Fabrizia Ramondino trascorse un’intensa stagione a Ventotene, nel tentativo di uscire dall’ombra della depressione e dell’alcoolismo….Le contraddizioni del luogo e quelle dell’anima non fanno che rispecchiarsi in queste pagine vivissime, palpitanti, di un’intelligenza dolorosa e fulminante”

La Ramondino descrive l’isola, ora terra di turismo e prima di segregazione. Ventotene  è stata culla d’Europa, terra del confino di antifascisti, dove avvenne la stesura del primo Manifesto Federalista Eusopeo da parte di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.

Fabrizia, nel suo lungo e solitario soggiorno a Ventotene ne descrive le due facce: quella di primavera estate, turistica,  e quella autunnale, dove l’isola è degli isolani,  cogliendo gli aspetti più intimi e singolari della loro personalità,  la bellezza dei luoghi tra canne agavi e gelsi,  tra lenticchie e fave. 


Ischia:

Dove ha trovato, Erri De Luca,  la  profondità, così tanto sentimento,  per descrivere l’amore di Tate e  Caia,  in “Tu,mio”? Deve aver molto letto, molto studiato o molto sofferto. 

Il Castello Aragonese, il villaggio dei pescatori, dominano  un’estate ischitana del dopo guerra, dove si compie l’adolescenza, dove avviene l’incontro di Tate con Caia,  più grande di lui.  L’amore e la passione per la pesca, nel mese che consuma la fine delle vacanze. 

Si legge, nel commento di Enzo Siciliano, sulla quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli del 2025: “Tu,mio è un racconto di superamento della cosiddetta linea d’ombra, centrato sul passaggio dai privilegi dell’adolescenza alla ruvidezza della maturità”

Romanzo dell’adolescenza, di celebrazione dell’amore, con pagine stupende, quale uno dei tanti colloqui tra Tate e Caia che qui riporto:

“Passeggiammo zitti fino all’ingresso del castello dove l’isola si sporge nel mare con un arrocco.

<Ti ho lasciato un segno di grasso sul palmo, provo a levartelo>

Tra gli scogli dell’istmo c’era qualche pietra pomice, scesi a prenderne una. Le strofinai il palmo piano, le si velarono gli occhi.

<Non fa male>

<No>

<Allora non essere infelice>

<Non sono infelice>, caddero le prime due lacrime che vengono a coppie e da qui i poeti hanno imparato le rime.

Le raccolsi con la pietra pomice e pulii via il nero dalla mano.

<Evviva funziona> scherzai per farla ridere e rise tirando su col naso”





Amore e guerra nei “Venerdì di Ercolano” Spunti per una riflessione sulla condizione femminile nella Grecia di Omero

 di Elvira Picciola


Nelle calde sere d’estate, la città antica di Ercolano torna a vivere attraverso una manifestazione che, giunta ormai alla sua nona edizione, riesce ogni anno ad intrecciare in modo suggestivo archeologia, storia, letteratura ed arti performative. I“Venerdì di Ercolano” hanno offerto anche quest’anno ai visitatori -dal 3 luglio al 7 agosto 2026-l’opportunità di esplorare l’area archeologica nelle ore serali, accompagnati da performance artistiche dedicate alla conoscenza delle domus e degli spazi della città romana.

Il filo conduttore dell’edizione di quest’anno è stato“Amore e guerra”, un binomio antico e universale, capace di attraversare la letteratura, il mito e la storia e di interrogare ancora oggi il nostro modo di rappresentare le relazioni tra uomini e donne.

Tra le performance più suggestive, particolare interesse ha suscitato quella dal titolo “Pentesilea versus Achille - Che l’amore trafigga la morte”, una sorta di dialogo impossibile, costruito nella forma di un’intervista giornalistica immaginaria, in cui Achille e Pentesilea si confrontano mentre infuria la guerra di Troia. La scelta di portare sulla scena la regina delle Amazzoni e il più celebre degli eroi greci ha offerto un’occasione preziosa per riflettere non soltanto sul rapporto tra amore e guerra, ma anche sulla rappresentazione della donna nel mondo greco arcaico.

Pentesilea non è infatti un personaggio dell’epica omerica in senso stretto. Secondo le tradizioni posteriori, era la regina delle Amazzoni, guerriere provenienti dalle regioni periferiche del mondo greco. Giunta a Troia, avrebbe combattuto al fianco dei Troiani, distinguendosi per coraggio e abilità militare.

La sua figura è particolarmente interessante proprio perché sembra mettere in discussione il modello tradizionale della donna greca: Pentesilea non è moglie, madre o custode della casa, ma guerriera, regina e protagonista della vita pubblica. Combatte, decide, guida un esercito e affronta direttamente Achille.

Eppure il mito, anche quando attribuisce alla donna forza e autonomia, sembra non riuscire a liberarsi completamente da uno sguardo maschile. La vicenda di Pentesilea si conclude infatti con la sua morte per mano di Achille e con il riconoscimento della sua bellezza da parte dell'eroe. La donna guerriera diventa così, ancora una volta, oggetto dello sguardo e del desiderio maschile.

È proprio questa ambivalenza a rendere Pentesilea una figura estremamente moderna: una donna capace di esercitare il potere e di combattere, ma che la narrazione tradizionale riconduce infine al corpo, alla bellezza e al desiderio.

Ma qual era  realmente la condizione delle donne nella Grecia di Omero?

La domanda diventa  più interessante se si confronta la figura eccezionale di Pentesilea con le donne che incontriamo nei poemi omerici.

L’Iliade e l’Odissea ci presentano infatti alcune figure femminili di grande forza narrativa: Elena, Andromaca, Penelope, Circe, Calipso, Nausicaa e, soprattutto, Atena. Potremmo essere tentati di pensare che la presenza così significativa di personaggi femminili riveli una società nella quale la donna godeva di un ruolo altrettanto importante. Non è propriamente così.

E’ necessario fare una distinzione fondamentale:lacentralità di un personaggio nella narrazione non coincide necessariamente con il suo potere nella società rappresentata.Elena è forse l’esempio più evidente. La sua bellezza è celebrata come qualcosa di straordinario, quasi divino. I vecchi Troiani, osservandola dalle mura, riconoscono nella sua bellezza una qualità capace quasi di giustificare la guerra. Ma proprio questa celebrazione rivela un elemento importante: Elena è soprattutto un oggetto di desiderio e di contesa.Anche Penelope, pur essendo uno dei personaggi più intelligenti e complessi dell’Odissea, rimane profondamente legata al ruolo che la società le assegna.

Telemaco la ammonisce: «Torna nelle tue stanze e pensa alle opere tue,al telaio e al fuso».Le decisioni pubbliche spettano agli uomini: Penelope deve occuparsi della casa, del telaio, delle ancelle e della conservazione dell’ordine familiare.

È significativo che questo comando provenga proprio dal giovane figlio. In assenza di Ulisse, infatti, Telemaco assume progressivamente il ruolo di uomo della casa.

Eppure ridurre Penelope a una figura semplicemente sottomessa sarebbe altrettanto riduttivo.

La sua forza non si manifesta attraverso le armi o il potere politico, ma attraverso l'intelligenza, la capacità di attendere, l'astuzia e la gestione delle relazioni.

La celebre tela che tesse e disfa durante la notte rappresenta proprio questa forma di resistenza. Penelope non può combattere contro i pretendenti con la forza, ma riesce a costruire uno spazio di autonomia attraverso l'inganno e la parola.

La sua è dunque una forma di potere indiretto, esercitato all'interno dei confini che la società le impone.

Anche quando Ulisse torna a Itaca, tuttavia, Penelope non può sottrarsi completamente al sistema patriarcale. Il riconoscimento definitivo del marito passa attraverso la prova del letto nuziale, e la sua identità rimane strettamente legata alla fedeltà coniugale.

Ancora più drammatica è la condizione di Andromaca.

Nell'Iliade, il celebre incontro con Ettore mostra una relazione affettuosa e profondamente umana, lontana dalla rappresentazione stereotipata di un matrimonio fondato esclusivamente sull'autorità del marito.

Ma anche in questo caso i ruoli sono rigidamente definiti.

Andromaca vorrebbe che Ettore non tornasse a combattere, perché teme per la sua vita e per il futuro della famiglia. Ettore, però, deve tornare sul campo di battaglia: il mondo degli uomini è quello della guerra e dell'onore; quello delle donne è la casa.

Quando Ettore morirà, Andromaca perderà non soltanto il marito, ma anche la propria protezione sociale. Il suo destino sarà quello della donna sconfitta e prigioniera.

Tra le figure femminili dell'universo omerico, Atena rappresenta un caso del tutto particolare.

È potente, autorevole, intelligente; consiglia Ulisse, protegge Telemaco e interviene nelle vicende degli uomini. Ma Atena è una dea, non una donna mortale, ed è significativo che la tradizione la rappresenti come una divinità che rifiuta il matrimonio e la dimensione tradizionalmente associata alla femminilità.

In qualche modo, per poter essere pienamente autonoma, Atena deve essere collocata al di fuori della condizione femminile ordinaria.

È un elemento che merita attenzione: nella rappresentazione mitica greca la donna può essere potente, ma spesso questa possibilità viene affidata a figure eccezionali : dee, amazzoni, maghe, creature del mito , mentre la donna reale rimane confinata prevalentemente nello spazio familiare.

Anche Circe e Calipso rappresentano una forma di alterità rispetto al modello femminile tradizionale.

Circe possiede poteri magici e trasforma gli uomini; Calipso vive in uno spazio separato dalla società e trattiene Ulisse sulla propria isola. Sono donne che possiedono una forma di potere sugli uomini e proprio per questo appaiono ambigue, pericolose, difficili da ricondurre all'ordine sociale.

La letteratura greca sembra dunque oscillare tra due immagini: la donna subordinata, moglie e madre, e la donna potente, che proprio perché sfugge ai ruoli tradizionali viene rappresentata come eccezionale, seduttrice o pericolosa.

In questo quadro, il mito di Pentesilea acquista un significato particolarmente interessante.

Pentesilea è una donna che entra nello spazio tradizionalmente riservato agli uomini: la guerra.

È guerriera, comandante, regina. Non aspetta il ritorno dell'eroe: è lei stessa l'eroe.

E tuttavia il mito non riesce a immaginarla completamente al di fuori delle categorie tradizionali. La sua morte diventa l'occasione per raccontare ancora una volta la sua bellezza, il desiderio di Achille, il rapporto tra il corpo femminile e lo sguardo maschile.

Il confronto tra Achille e Pentesilea diventa così molto più di uno scontro tra due guerrieri. È lo scontro tra due modelli di eroismo, ma anche tra due modi di rappresentare il maschile e il femminile.

Ed è proprio qui che la performance di Ercolano può diventare uno straordinario punto di partenza per una riflessione contemporanea.

Che cosa significa, dunque, parlare di amore e guerra attraverso Pentesilea e Achille?

Significa interrogarsi su quanto le nostre rappresentazioni dell'amore siano ancora legate a rapporti di potere. Significa chiedersi perché, nella tradizione occidentale, così spesso la donna venga raccontata attraverso il suo corpo, la sua bellezza, la sua fedeltà, il suo rapporto con un uomo.

Ma significa anche riconoscere la straordinaria capacità della letteratura e del mito di mantenere, attraverso i secoli, le domande dell'umanità.

La donna omerica non è semplicemente una figura debole e passiva. Penelope, Andromaca ed Elena sono personaggi complessi, dotati di intelligenza, desideri, paure e capacità di scelta,ma si muovono all'interno di una società nella quale il potere politico e militare appartiene agli uomini e nella quale la loro autonomia è fortemente limitata.

La loro forza, quando esiste, deve spesso essere esercitata all'interno di spazi che non sono stati costruiti per loro.

E’ forse proprio questa la riflessione più attuale che possiamo ricavare dall'esperienza dei “Venerdì di Ercolano”: osservare il passato non per giudicarlo semplicemente con gli occhi del presente, ma per comprendere quanto siano profonde le radici culturali dei modelli che ancora oggi condizionano il modo in cui uomini e donne vengono rappresentati.


Bibliografia di riferimento:

Eva Cantarella:“L’ambiguo malanno”. Condizione ed immagine della donna nell’antichità greca e romana”

Wikipedia; Pentesilea e le Amazzoni