testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Teresa Ravaschieri, una vita per i bambini.

 


“Inauguro l’Ospedale il 4 novembre 1880 il giorno dell’onomastico di Lina. Cara Lina, credo di non aver dimenticato niente e soprattutto sei tu l’ispiratrice di tutto questo”

Teresa Filangieri Ravaschieri


L’ospedale Santobono Pausilipon è l’ospedale pediatrico di riferimento di tutta l’Italia meridionale, ospedale le cui fondamenta affondano tutte nel lavoro illuminato ed incessante di Teresa Filangieri Ravaschieri (1826-1903) nobildonna napoletana, nipote dell’illuminato giurista Gaetano, ma soprattutto intellettuale e filantropa, impegnata nella promozione dell’educazione e della formazione (diremmo oggi nell’empowerment delle classi meno abbienti) quale base di consapevolezza e presupposto delle libertà personali.Teresa si affaccerà sempre con maggiore incisività sulla scena istituzionale;negli anni Sessanta dell'800 Leopoldo Rodinò la nomina patrona della scuola-convitto per fanciulle cieche fondata da Lady Strachan. Più tardi, condurrà con altre benefattrici un'inchiesta sui reali educandati, e, durante il colera del 1873, le sarà affidata l'organizzazione di cucine popolari gratuite.


L’impegno di Teresa Ravaschierinel campo dell’assistenza ai bambini affonda però le sue radici nel dolore per la  perdita della figlioletta Lina morta prematuramente all’età di dodici anni per un male incurabile. Teresa trasformerà il suo dolore in impegno sociale di cura reale nei confronti di quella infanzia e fanciullezza dolente, malata non solo nel corpo ma anche nello spirito. Fonda nel 1880 il primo ospedale pediatrico, intitolato alla memoria della piccola Lina, per la cura chirurgica delle malformazioni scheletriche esito di rachitismo, tbc, sifilide, principali patologie dell’epoca che affliggevano soprattutto i bambini indigenti, facendo della cura medica un atto umano e valoriale. Potremmo definirla la prima persona che mette al centro della cura il bambino con le sue necessità complessive, tema attualmente nevralgico ed alla base delle politiche programmatorie degli ultimi decenni.


La cura per Teresa Ravaschieriè imprescindibile dalla carità e la carità a sua volta non può fare a meno della bellezza. Infatti Teresa chiederà a Francesco Jerace, scultore ed artista contemporaneo (peraltro con lo studio vicinissimo alla sede dell’ospedale)di abbellire le stanze dei bambini e l’ospedale tutto; opere, quelle di Jerace che ancora si possono ammirare nei locali del palazzo in via Ravaschieri. 

Teresa Ravaschierici offre anche uno spunto attualissimo di organizzazione di un ospedale; leggendo i suoi scritti quotidiani, si riscontrano schemi organizzativi, necessità economiche contabili,nonché capacità di raccogliere finanziamenti necessari al mantenimento complessivo dell’ospedale – anche il re e la regina saranno i finanziatori di due posti letto- una vera e propria “fund-riser” ante litteram.

Negli anni dedica alla figlia Lina e all’ospedale pediatrico due pubblicazioni, Lina (Giannini, 1876) e Come nacque il mio ospedale (Pansini, 1903).


I tempi sono cambiati, anche le malattie si evolvono e cambiano; il rachitismo e la tisi hanno lasciato  il posto a nuove patologie, un po’ figlie dei tempi, basti pensare all’obesità impensabile solo 60 anni fa, oppure alle malattie genetiche, od anche ai disturbi psicologici che affliggono sempre più bambini ed adolescenti, in ogni caso, quale che sia la malattia ci sono  i bambini e le bambine con i loro problemi di salute rispetto ai quali andrebbe sempre garantita la necessaria assistenza senza mai perdere di vista quel sistema valoriale tanto caro a Teresa fatto di rispetto, attenzione ed umanità.

Siamo con Teresa nel credere che attraverso la quotidianità della cura, la continuità della relazione terapeutica, spesso mediata dalla mamma o dal papà, la presa in carico della fragilità dei bambini si possa coltivare il potenziale di ciascuno di loro, affinché l’esperienza della malattia possa trasformarsi in opportunità di crescita e dignità “perché la carità è amore e non può fare a meno della bellezza.”


Maria Vittoria Montemurro


Le Cinque Strade di Lisetta Carmi

 L’Intensità del Guardare alla Galleria Nazionale dell’Umbria

di Virginia Varriale


Nel cuore di Perugia, all'interno della cornice della Galleria Nazionale dell’Umbria, si tiene un evento espositivo di straordinaria profondità umana e artistica: la mostra "Lisetta Carmi, cinque strade". Inserita nel più ampio progetto fotografico “Camera Oscura” (a cura di Marina Bon Valsassina e Costanza Neve), l'esposizione è curata da Alessandra Mauro ed è aperta al pubblico dal 29 aprile al 27 settembre 2026. Con il prezioso catalogo edito da Silvana Editoriale (che vanta i testi di Costantino D'Orazio, Alessandra Mauro e Giovanni Battista Martini) e la collaborazione del prestatore Martini & Ronchetti di Genova, l'evento delinea la parabola biografica ed estetica di una delle più grandi e anticonformiste fotografe italiane del Novecento.


La mostra si articola, come suggerisce il titolo, in cinque percorsi o "strade" tematiche ed esistenziali che Lisetta Carmi ha percorso con la macchina fotografica e con l'anima, rifiutando ogni catalogazione o ruolo precostituito.



Autoritratto - © Lisetta Carmi



L'Ingresso alla Mostra: Camera Oscura

All'ingresso del percorso espositivo, un grande pannello bianco accoglie i visitatori "Lisetta Carmi, cinque strade" presso la Galleria Nazionale dell'Umbria, che ne attesta la cura e i dettagli scientifici. 


C:\Users\utente\Desktop\Nuova cartella\WhatsApp Image 2026-08-24 at 10.04.21.jpeg



Prima Strada: La Dignità del Lavoro, la Fatica e la Denuncia Sociale

Sempre profondamente attenta ai mutamenti sociali e alle ingiustizie che colpiscono i meno protetti, Lisetta Carmi si lascia coinvolgere e appassionare dalle dinamiche del mondo del lavoro. Questa sua prima "strada" si esprime con forza in due straordinari reportage: quello all'interno dei sugherifici in Sardegna (come a Calangianus nel 1964 e nel 1970) e il celebre progetto del 1964 intitolato “Genova porto: monopoli e potere operaio”. Carmi si addentra in ambienti duri, quasi esclusivamente maschili nel porto o densi di fatiche silenziose nelle fabbriche di sughero, mossa da una chiara volontà di denuncia politica e umana. 

Di quell'esperienza, la fotografa ricorderà:

"Lo sapevano che non ero figlia di operai però capivano che stavo dalla loro parte, che volevo denunciare le terribili condizioni nelle quali dovevano lavorare".


Le immagini esposte in questa sezione mostrano frammenti vividi di questa realtà operaia.

La teca espositiva con quattro scatti in bianco e nero:

C:\Users\utente\Desktop\Nuova cartella\WhatsApp Image 2026-08-24 at 10.05.26.jpeg

1. Una giovane operaia ripresa tra i macchinari industriali dell'Italsider di Genova (1962-1964).

2. L'esplosione di scintille incandescenti e bagliori metallici che avvolge la figura di un operaio metallurgico nel buio dell'officina.

3. Un dettaglio intimo e ravvicinato di mani nodose intente a lavorare con cura e precisione i tasselli di sughero a Calangianus.

4. La maestosa prua della nave "LAVEROCK" ormeggiata al porto di Genova durante le operazioni di trasporto dei legnami, con una piccola figura umana sulla banchina che restituisce la scala monumentale del lavoro portuale.


La macchina fotografica di Carmi non estetizza la povertà o la fatica; al contrario, restituisce ai lavoratori una dignità monumentale, trasformando l'atto del fotografare in una militanza silenziosa e partecipe.



Seconda Strada: "I Travestiti" e la Ricerca d'Identità Oltre i Ruoli

Nel 1965, Lisetta Carmi inizia a Genova uno dei suoi lavori più celebri, intimi e discussi, destinato a confluire nel leggendario volume fotografico "I Travestiti", pubblicato nel 1972. In un'epoca in cui la comunità transessuale era marginalizzata e stigmatizzata dalla società e dai media, Carmi compie una scelta rivoluzionaria: decide di non limitarsi a documentare la loro esistenza dall'esterno, ma sceglie di vivere insieme a loro, condividendo la loro quotidianità .

Attraverso questo contatto umano profondo e privo di giudizio, la fotografa non solo cattura la bellezza, la fragilità e l'autenticità di queste vite, ma intraprende anche un percorso di auto-scoperta spirituale e psicologica:

"Li ho visti nella loro vita quotidiana e ho cominciato a vivere con loro e a fotografarli. Io stessa in quel tempo ero assillata - forse a livello inconscio - da problemi di identificazione maschile o femminile. Oggi capisco che non si trattava tanto di accettazione di uno 'stato' quanto di rifiuto di un 'ruolo'... E i travestiti (o meglio il mio rapporto con i travestiti) mi hanno aiutato ad accettarmi per quello che sono: una persona che vive senza un ruolo".


C:\Users\utente\Desktop\Nuova cartella\WhatsApp Image 2026-08-24 at 10.06.43.jpeg



Terza Strada: Erotismo e Autoritarismo tra i Marmi di Staglieno

Nel tempo libero, Lisetta Carmi si dedica all'esplorazione visiva del Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova, realizzando un progetto dal titolo emblematico e provocatorio: "Erotismo e autoritarismo a Staglieno. 

Attraverso lo studio delle sculture ottocentesche e delle imponenti tombe di famiglia della borghesia genovese, Carmi decostruisce i valori patriarcali e le convenzioni sociali del tempo. Le sculture diventano per lei simboli di una psicologia repressiva che intende denunciare, pur rimanendo affascinata dall'incredibile perizia tecnica degli artisti che le hanno scolpite:

"Detestavo quello che molte sculture rappresentano, per esempio quell'immagine della donna timorosa e dipendente dagli uomini, ma ero anche ammirata dalla capacità di chi, ancora da vivo, aveva progettato...".


C:\Users\utente\Desktop\Nuova cartella\WhatsApp Image 2026-08-24 at 10.06.07.jpeg

Tre scatti dedicati alle sculture di Staglieno: figure in marmo avvolte da forti contrasti di luce e ombra, in cui l'erotismo del corpo scolpito si scontra con la solennità autoritaria della morte e delle pose monumentali. Un fiore di Strelitzia (uccello del paradiso) posto davanti a una delle foto crea un suggestivo contrasto cromatico e vitale.


Quarta Strada: Dalla Tastiera al Segno: L'Interpretazione Grafica della Musica

Prima di consacrarsi interamente alla fotografia, Lisetta Carmi aveva vissuto una brillante "precedente vita" come concertista e pianista classica. Nel 1963, mossa da una necessità interiore ineludibile, realizza uno dei suoi lavori più astratti e d'avanguardia: un'interpretazione foto-grafica del "Quaderno musicale di Annalibera" del compositore Luigi Dallapiccola.

Questo progetto rappresenta il ponte ideale che unisce le sue due grandi anime: la musica e l'immagine fotografica. Abbandonata la tastiera, Carmi traspone la struttura e l'emozione dello spartito musicale in pura grafia visiva, fatta di contrasti netti, linee spezzate, graffi e segni dinamici che evocano il ritmo e la vibrazione del suono:


"Ho fatto questo lavoro per un'impellente necessità interiore. Avevo lasciato la musica (la forza divina che ha sempre guidato la mia vita) ed ero ormai una fotografa. Ho dovuto creare un legame tra Luigi Dallapiccola (che amo) e il segno fotografico".

C:\Users\utente\Desktop\Nuova cartella\WhatsApp Image 2026-08-24 at 10.07.18.jpeg


Nella serie di sei composizioni astratte in bianco e nero il segno fotografico si fa spartito visivo, traducendo l'invisibile dinamismo della composizione musicale di Dallapiccola in geometrie ed espressioni grafiche taglienti.



Quinta Strada: Il Viaggio nel Mondo e l'Approdo Spirituale in Puglia

La quinta strada di Lisetta Carmi è quella del movimento perpetuo, dell'incontro con l'Altro e del viaggio geopolitico e spirituale. La sua avventura con la macchina fotografica ha inizio quasi per caso nel 1960, quando accompagna l'etnomusicologo Leo Levi in un viaggio di studio in Puglia. Quel primo reportage accende una scintilla che la porterà a viaggiare in tutto il mondo. La mostra documenta con scatti a colori di straordinaria intensità i suoi soggiorni internazionali negli anni a venire:

C:\Users\utente\Desktop\Nuova cartella\WhatsApp Image 2026-08-24 at 10.07.54.jpeg

La sezione dei viaggi a colori di Lisetta Carmi:

1. Belfast, Irlanda del Nord (1970): Una bambina cammina solitaria davanti a un muro di mattoni rossi sovrastato dai ritratti istituzionali e solenni della Regina Elisabetta II e del Principe Filippo, simbolo delle tensioni sociali e politiche dell'epoca.

2. Messico (1969): Una donna indigena siede a terra, appoggiata a una parete verde scrostata, sotto l'insegna professionale del "Dr. Francisco Hernandez Dominguez - Medico Cirujano".

3. Marocco, vicino a Marrakech (1971): Donne con grandi cappelli di paglia sedute sul selciato mentre vendono teste d'aglio disposte in grandi ceste intrecciate .

4. India (1973): L'incontro folgorante con Babaji Herakhan Baba, ritratto in uno scatto del 1977, mentre un devoto è inginocchiato ai suoi piedi.


L'incontro in India nel 1973 con Babaji segna un punto di non ritorno nella vita della fotografa. Babaji diventerà il suo maestro spirituale. Pochi anni dopo, nel 1978, decidendo coerentemente di aver esaurito la sua necessità di registrare il mondo visibile, Lisetta Carmi abbandona definitivamente la fotografia e si ritira in Puglia, a Cisternino, dove fonda un ashram dedito alla meditazione e alla spiritualità, e vi risiede fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2022.


Eredità di un'Anima Libera


La mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria celebra non solo la maestria tecnica e la varietà compositiva di Lisetta Carmi, ma soprattutto la sua straordinaria statura etica. Che si trovasse tra i fumi delle acciaierie di Genova, nell'intimità delle case dei travestiti, dinanzi alle imponenti statue di Staglieno, a decifrare spartiti d'avanguardia o ai piedi di un maestro spirituale in India, Lisetta Carmi ha sempre cercato una sola cosa: la verità dell'essere umano, spogliata di ogni ruolo e convenzione sociale. Una lezione visiva e umana che, a distanza di anni, continua a risuonare con intatta e vibrante urgenza.