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I sentimenti s’imparano

 di Roberto Landolfi


Un ciclo d’incontri per ricordare e attualizzare il pensiero di Lucia Mastrodomenico. 

Il primo dei quali si svolgerà, a Calitri (Av) il 1 agosto 2026 alle ore 11, come potete leggere sulla locandina pubblicata a piè di questa breve presentazione; altri ne seguiranno. 


Il fil rouge degli incontri è:”i sentimenti s’imparano”, l’ educazione sentimentale divenuta argomento centrale del nostro lavoro associativo.

Il campo d’azione privilegiato del lavoro è stato e sarà la scuola. Ruolo centrale, nel nostro progetto, sui sentimenti da imparare, hanno avuto ed avranno le insegnanti.


Nulla di nuovo per noi dell’associazione “Madrigale per Lucia”. Siamo giunti alla XII edizione del Premio per le scuole, dedicato a Lucia,  a Napoli; alla seconda edizione del Premio a Calitri.

Ogni anno viene scelto un tema, cui gli studenti che intendono  partecipare al premio, devono ispirarsi, per realizzare i loro elaborati. I temi dominanti, in tutte le edizioni del premio sin qui svolti, sono  stati l’amore, le relazioni affettive, il partire da sé,temi tutti cari a Lucia.

Ancor più adesso, nel crinale degli anni 20, di questo secondo millennio, caratterizzato da guerre, violenze ingiustificate,  discriminazioni individuali e sociali. 

Desideriamo che divenga impegno prioritario l’educazione ai sentimenti, la resistenza in pace, la conoscenza dei principi etici che sono alla base della convivenza civile a livello globale.

A partire dalla conoscenza del sé, dal processo di trasformazione necessario a lasciare che, ciò che siamo, emerga  senza forzature. Perché, nel profondo,: “tu sei ciò che cerchi”.  


Vogliamo realizzarlo a partire da alcune considerazioni semplici sulla differenza tra emozioni e sentimenti: le emozioni sono reazioni affettive  di breve durata non razionali. Nascono nel cervello antico quello che abbiamo in comune con gli animali; gli effetti delle emozioni incidono sui sentimenti.  I sentimenti s’imparano e sono decisi nell’ambito della cultura che abitiamo.

Ad esempio la paura è un sentimento positivo, l’angoscia è un sentimento negativo.

Il sentimento su cui ci siamo più soffermati, nel corso del lavoro svolto in questi anni, in ambito scolastico è certamente l’amore: volendo tener viva la memoria di Lucia è stata una scelta obbligata.

L’amore è un sentimento che si appalesa quando la  parte folle dell’uno viene  intercettata dalla parte folle dell’altra, o viceversa.  Amore è uguale a Follia. 

Platone affermava  che l’amore finisce quando le due parti folli non s’incontrano più.

Il lavoro educativo dovrebbe consentire il passaggio dalle pulsioni alle emozioni, dalle emozioni ai sentimenti.


Il metodo che vogliamo utilizzare nel nostro lavoro promozionale è la “conversazione”.

Una conversazione che sia scambio di parole, idee, informazioni tra due o più persone; comunicare informazioni; esprimere sentimenti  o opinioni; fare domande e ricevere risposte; conoscersi meglio. 

Una buona conversazione si basa sull'ascolto reciproco, sul rispetto e sulla volontà di comprendere l'altro, non solo sul  parlare.

La conversazione è una delle forme più importanti della comunicazione umana. Non consiste semplicemente nello scambio di parole, ma nella costruzione di una relazione. Attraverso una conversazione condividiamo pensieri, emozioni, esperienze e punti di vista, e possiamo conoscere meglio gli altri e noi stessi.

Una conversazione autentica richiede alcune qualità fondamentali: ascoltare con attenzione, senza pensare subito alla risposta; parlare con sincerità e rispetto;  fare domande che aiutino a comprendere meglio l'altro;  accogliere anche i silenzi, che a volte comunicano quanto le parole. 


Molti filosofi hanno attribuito grande valore alla conversazione. Ad esempio, Socrate la considerava uno strumento per cercare la verità attraverso il dialogo. 

Martin Buber (filosofo austriaco 1878 – 1965) vedeva nell'incontro autentico tra due persone il cuore delle relazioni umane. Nel suo libro “Io e Tu” Buber teorizza che l’essere umano realizza la propria autenticità solo attraverso la relazione.

Sulla relazione e il “partire da sé” si è fondata la gran parte della teoria femminista che Lucia ed Angela Putino studiarono ed applicarono, negli anni 90 del secolo scorso e che portò, nel 2006, alla fondazione della rivista “ADA teoria femminista”, pubblicazione bruscamente interrotta dalla precoce scomparsa di Lucia e Angela, a pochi giorni di distanza, nel gennaio 2007.


Con questo ciclo d’incontri, dedicati a Lucia, il cui primo si svolge a Calitri, vogliano rilanciare e dare continuità all’impegno culturale, politico e sociale dell’associazione “Madrigale per Lucia”. Auspicando il contributo di tutti quanti siano interessati a lavorare con noi.



A proposito di Educazione Sentimentale

 di Cinzia Mastrodomenico


Uno dei compiti prioritari della scuola è quello di produrre e regolare le relazioni tra

persone, incentivando consapevolezza e promuovendo contenuti culturali e saperi

sociali, ma dovrebbe lavorare affinché le relazioni tra le persone e tra i sessi siano

improntate alla reciprocità, pur mantenendo differenze sostanziali dovute alla

dualità del genere umano.

Un ruolo di mediazione culturale, quindi, quello della scuola e delle/degli insegnanti,

che riconosca e gestisca le differenze e le disparità, che interpreti e metta in campo

bisogni di formazione diversi, che governi anche conflitti relazionali e domande

affettive.

L’esperienza che introduco è quella fatta insieme a Lucia nell’asilo «lo Cunto de li

Cunti» nel periodo che va intorno agli anni 90; questo per testimoniare quanto fosse

importante il tema della costruzione della propria identità di genere già in una

comunità di bambine/i piccoli, e quanto il sesso di appartenenza potesse determinare

comportamenti, aspettative, disparità, tali da poter parlare oggi di «divario di

genere», con conseguenti eventi discriminatori se non addirittura lesivi.

Educare ai sentimenti è un'urgenza per tentare di ristabilire una simmetria e un

equilibrio tra i sessi attraverso significativi approcci educativi e percorsi formativi...

ma anche tanto altro.


Le giovani figlie


Sento l’esigenza di parlare o meglio focalizzare punti necessari alla comprensione di

cosa sia la pratica di relazione tra bambine/i della scuola dell’infanzia e tra questi e

gli adulti, dal momento che intercorrono tra loro rapporti quotidiani. Lo spazio reale

che i bambini occupano è uno spazio tutto teso a far crescere intorno a sé

relazioni/occasioni che scandiscono i tempi di un percorso (che dura 3 anni) durante

il quale si maturano e si esibiscono esigenze e necessità proprie in una condizione di

intersoggettività.

Determinare esigenze e necessità proprie potrebbe voler dire, nel nostro caso, creare

le condizioni perché quel luogo fisico, quello spazio ne produca un altro: quello

simbolico. E questo può essere determinato solo dalla volontà dell’adulta di non

scegliere la neutralità come campo di intervento aspecifico, ma forse sto correndo

troppo.

Stavo quindi parlando dello spazio reale, quello delle cose e dei desideri che può (e

non può) produrne un altro, quello simbolico. Ma come ciò è già nei fatti e come

invece tutto ciò deve essere reso possibile e con determinazione?

La promiscuità è il punto di partenza dato e la condizione di vita associata placa in

molti casi il desiderio di aspettativa degli adulti in generale: giocare insieme,

esprimere con chiari cenni la propria affettività nei confronti dell’altro sesso vuol dire

spesso che non ci sono forme di emarginazione o autoemarginazione

nell’immaginario simbolico adulto neutro, e ciò rassicura molto.

Nella nostra realtà questo è vero solo durante il primo anno di scuola, la situazione

muta radicalmente e spesso irreversibilmente negli ultimi due anni e con

preoccupazione tale da chiedersi «ma come mai giocano tra loro o solo femmine o

solo maschietti?»

Si affacciano prepotenti paure, segnali di inadeguate risposte alla «virtù» e ai

«valori» sessuati aborriti in nome di una condizione emancipatoria. I «distinguo»

che tanta parte hanno avuto nel fissare ruoli e creare stereotipi, nel caso della

moderna pedagogia, vogliono necessariamente essere cancellati in nome di una

reciprocità dei due sessi in cui sicuramente si sottende l’adeguamento/adattamento e

quindi l’omologazione del femminile nei confronti del maschile se la reciprocità tanto

ventilata non ha avuto modi di porsi e dare segni della sua significazione o comunque

della sua condizione di potenza tanto da poter essere rappresentata e gareggiata ad

armi pari.

È possibile ciò per le bambine e a partire da cosa? Quali le premesse per creare un

codice, una misura per la propria soggettività in fieri? Quali gli strumenti concreti

per facilitare la messa in atto della propria rappresentazione? I fatti, l’esperienza

concreta di questi ultimi anni muovono da «ciò che è», mostrano la scena su cui le

bambine/i esprimono il loro vissuto quotidiano e quali le condizioni che vincolano

per rifugiarsi nel «proprio» senza che nessuno mai dica cosa è più giusto scegliere.

Verso il 4° anno di età i bambini di entrambi i sessi hanno marcatamente scelto di

viversi l’esperienza personale affettiva nell'ambito del proprio genere

spontaneamente.

Facile intuire le determinazioni culturali e sociali per quanto riguarda il sesso

maschile, diversa e più bisognosa di approfondimento l’altra direzione.


La spontaneità con cui ciò si verifica, lo stare insieme delle bambine, dopo aver fatto i

conti con una diversità (quella maschile) che pone non sempre prepotentemente

regole e codici non propri, può avere radici:

1) nella necessità di conoscere/consolidare un patrimonio originario (rapporto con la

madre, le nonne) che si ripete inconsapevolmente in comportamenti di lontana

memoria.

Tutti i giochi sono la ripetizione del già avvenuto, ma contengono probabilmente

nella ripetizione non la monotonia del già conosciuto, ma la ricerca di tracce segnate

precedentemente (giochi con le bambole, con la corda, ad inventare storie ecc.).

Qui nell'immaginario si gioca per sé bambina un ruolo di protagonismo tale che la

propria valorizzazione è espressa al massimo: non c'è una sola bambina che non sia

convinta che il ruolo che le calza meglio è quello della regina, principessa o della fata

(quasi onnipotenza simbolica) e a dispetto di qualsiasi scrittore di favole senza farsi

troppe guerre, in una connivenza quasi pacifica che ognuno potesse essere regina,

principessa, fata di un regno comune.

È un dar valore a sé attraverso la forza immaginativa quasi a voler dire che la

condizione reale soprattutto da piccole è ben diversa? Non credo, anzi sono convinta

che è un momento della propria esistenza in cui si crede fortemente (ne sono segnali

la convinzione del gesto, la padronanza dello spazio, la ricerca di relazioni) che sarà

sempre possibile determinarsi, ma ahimè il disagio non si farà attendere quando le

condizioni per la propria esistenza saranno dettate altrove e spesso con forti

contorni.

2) nella voglia inconsapevole di cercare/generare tracce che indichino quale

direzione giusta e quali le condizioni per costruire passo dopo passo.

L’orizzonte è completamente aperto.

«Le donne hanno un’enorme difficoltà a farsi eredi di una altra donna» ci dice L.

Irigaray, forse è più facile a cinque anni. Sara dirige, concerta, desidera esser

riconosciuta, pretende attenzione e questo genera disagi, conflitti, perdita

momentanea, ma tutte sono pronte a rinunce pur di esserle amica, la cercano, la

amano, sarebbe grave perderla per sempre, come Sara, Alessandra, Verena, Gioia,

Lucia.

Grande è lo sporgere se stesse alla ricerca di sé a questa età, brutale ed inadeguata la

passività di chi giudica e di chi crede di sapere quale dovrà essere la loro storia. Il

rapporto originario con la propria madre viene ricercato incessantemente nell’altra,

l’amica del cuore o semplicemente l'altra bambina è la possibilità di cercare di

misurare, di scoprire la propria identità. A ciò spesso le madri non sanno dar risposte

adeguate se non facendo appello ad una sorta di «identicità» frutto solo del

riconoscere nella propria figlia il carattere sessuato. È evidente che l’adulta gioca un

ruolo fondamentale nel cogliere e trasformare creando presupposti, generando

ipotesi, mettendo a fuoco desideri.


Molteplici i punti all’orizzonte, quale quello che conduce al proprio!!!?

Spesso non c’è traccia di ciò da nessuna parte. Andare con lo sguardo, cogliere ciò

che non è possibile dire se non con il corpo, il gesto, la non parola (come accade a 3

anni), dar senso a tutto ciò, prevedere, indicare, vuol dire necessariamente

«scegliere», creare linee di conduzione dove apertamente e concretamente si va a dar

valore, a vincolare superando l’indistinto, incrociando le nostre necessità.

Se si opera la scelta di essere punto forte sull’orizzonte le bambine si affideranno

come alla madre, disposte a ponderare e superare il già acquisito in una sorta di

cammino dove il passo precedente deve lasciare un’orma ben marcata perché sia

traccia, segno, simbolo per quello successivo.

«Concepire l’altra come vantaggio per sé» dice la Weil. È il senso della relazione

adulta-bambina, è consentita solo ad una promessa reciproca, un intreccio che

diventa una quasi complicità e i passaggi possono essere più chiari.

L’Isola, un luogo dove per più giorni si sta insieme, si gioca, si va al mare, si

passeggia. Una tensione benefica fortissima, un gioco che può durare all’infinito. I

ritmi sono la necessità di viversi reciprocamente, la paura, la gioia, la lontananza,

una sola nostalgia: la propria madre.

Si cercano nuove risorse, ci si potenzia sul non conosciuto, sembra cambiare l’ordine

delle cose. Non c’è richiesta di tornare indietro, si cerca di porre radici sul luogo

nuovo e l’unico vincolo è la relazione forte con l’altra.

Molti dubbi ed incertezze, il desiderio di poter mettere dentro, passato e presente

senza perdere nulla.



L’articolo «Le giovani figlie» è stato pubblicato su Madrigale, trimestrale di Politica e

Cultura delle donne — Anno 2, n. 5, 1990.

Ne seguiranno altri perché credo sia importante conoscere il lavoro di un gruppo di

donne che, con la direzione di Lucia Mastrodomenico, ha dato un significativo

supporto al movimento femminista nel nostro paese; una testimonianza per le attuali

collaboratrici/tori, una restituzione per tutelare storia e memoria

(C.M.)