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Trasformazione di Paolo Scquizzato

 Paolo Scquizzato, docente di antropologia teologica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore è un prete che si occupa, tra l’altro, di formazione spirituale e conduce gruppi di Meditazione Silenziosa. È stato fondatore dell’associazione Scuola diffusa del silenzio (www.sddsilenzio.org) che ha approfondito il dialogo tra pratiche contemplative e neuroscienze.

Ha pubblicato, nel 2026, per le Edizioni Paoline il libro “Trasformazione, tu sei ciò che cerchi”.

Dalla seconda di copertina si legge :”Non siamo chiamati a cambiare per diventare altro, ma a trasformarci per diventare ciò che siamo da sempre, la trasformazione non sostituisce, non cancella, fa emergere. È un disvelamento lento, un ritorno alla sorgente interiore che ci abita, là dove la vita finalmente coincide con il nostro volto più vero”

(RL)

In Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi, Paolo Scquizzato propone una visione della vita spirituale che va oltre il semplice cambiamento esteriore. L'autore distingue infatti tra cambiamento e trasformazione: il primo implica la sostituzione di qualcosa che non va, mentre la seconda consiste nel far emergere ciò che già abita profondamente la persona. 


(testo realizzato con l’AI)

Attraverso immagini evocative, come quella del seme che diventa albero senza perdere la propria identità, Scquizzato invita il lettore ad accogliere luci e ombre, successi e fallimenti, come parti di un unico cammino di crescita. sé è già presente, in forma nascosta, dentro di sé.

Il tema centrale di Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi di Paolo Scquizzato è una domanda radicale: che cosa significa davvero cambiare?

Scquizzato sostiene che la vita non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel diventare pienamente se stessi. Per questo distingue nettamente tra cambiamento e trasformazione: il cambiamento tende a sostituire, correggere o eliminare ciò che non piace di noi; la trasformazione invece fa emergere ciò che siamo già in profondità, come un seme che contiene già l'albero che diventerà.

 

1. La trasformazione come rivelazione dell'essere

L'autore propone una visione molto diversa dalla cultura della prestazione e del perfezionamento personale. Non si tratta di aggiungere qualità o accumulare esperienze, ma di togliere ciò che impedisce alla nostra verità più profonda di manifestarsi.

In questo senso, la frase del titolo, "Tu sei ciò che cerchi", richiama una grande intuizione spirituale: ciò che desideriamo profondamente non è esterno a noi. La pienezza, la pace, Dio, il senso della vita non sono oggetti da conquistare ma realtà da riconoscere dentro di sé.


2. Accogliere le ombre

Uno degli aspetti più interessanti del libro è il rifiuto della logica dello scarto. Scquizzato afferma che non c'è nulla della nostra storia che debba essere buttato via: paure, fallimenti, crisi, ferite e fragilità possono diventare materia di trasformazione. 

Qui emerge una visione molto vicina alla psicologia del profondo: la crescita non avviene negando le ombre, ma integrandole.

Una domanda che il libro sembra porre al lettore è:

"Che cosa accadrebbe se smettessi di combattere contro una parte di me e iniziassi ad ascoltarla?"


3. Morire per rinascere

L'immagine del seme che deve attraversare la decomposizione prima di germogliare è fondamentale. La trasformazione passa attraverso una piccola "morte": la caduta delle false identità, delle maschere e delle sicurezze. 

Dal punto di vista cristiano, questo richiama il mistero pasquale: non c'è risurrezione senza passione, non c'è vita nuova senza lasciare andare qualcosa.

Per questo le crisi non sono viste come incidenti di percorso, ma come momenti privilegiati di crescita.


4. La conversione come passaggio dalla paura alla fiducia

Scquizzato interpreta la conversione evangelica non come adesione a regole morali più rigide, ma come passaggio interiore dalla paura alla fiducia. La fede non consiste principalmente nel fare qualcosa per Dio, ma nel fidarsi della vita e della propria vocazione più profonda. 

Questa è probabilmente una delle intuizioni più forti del libro: molti dei nostri problemi nascono dal tentativo di controllare tutto; la trasformazione inizia quando impariamo a lasciarci trasformare.


5. Un messaggio per il lettore contemporaneo

Il libro parla a una società ossessionata dall'efficienza, dall'immagine e dal successo. Mentre il mondo ci chiede continuamente di migliorare, competere e dimostrare il nostro valore, Scquizzato invita a un movimento opposto: fermarsi, ascoltare, accogliere e abitare pienamente il presente. 

In fondo, il messaggio potrebbe essere riassunto così:

Non devi diventare qualcun altro. Devi permettere a ciò che sei veramente di nascere.

È una prospettiva che unisce spiritualità cristiana, esperienza umana e ricerca interiore, e che ricorda per certi aspetti il pensiero di Carl Gustav Jung sull'individuazione e quello di Thomas Merton sul "vero sé".


Il titolo "Tu sei ciò che cerchi" è probabilmente la chiave di lettura più profonda del libro. È una frase che può sembrare paradossale: normalmente cerchiamo qualcosa che non possediamo ancora. Scquizzato ribalta questa prospettiva e suggerisce che la ricerca spirituale autentica non consiste nell'acquisire qualcosa di nuovo, ma nel riconoscere ciò che è già presente nel nucleo più vero del nostro essere.


Il riferimento evangelico

Nel Vangelo, Gesù afferma:

"Il regno di Dio è dentro di voi" (Lc 17,21).

Questa frase è stata spesso interpretata come l'invito a cercare Dio non anzitutto fuori di sé, nelle cose o nei successi religiosi, ma nel proprio cuore.

Anche la parabola del tesoro nascosto nel campo suggerisce che il valore più grande è già presente, anche se nascosto. La vita spirituale diventa allora un'opera di scoperta più che di conquista.

Per Scquizzato, il cammino cristiano non è tanto "diventare degni di Dio", quanto prendere coscienza che siamo già abitati da una Presenza che ci precede.


Il dialogo con Jung

Qui emerge una sorprendente vicinanza con il pensiero di Carl Gustav Jung.

Jung parlava del processo di individuazione, cioè del percorso attraverso cui una persona diventa ciò che è realmente. Secondo lui, gran parte della sofferenza nasce dalla distanza tra il nostro "io" sociale e il nostro Sé più profondo.

L'individuazione non consiste nel costruire una nuova identità, ma nel togliere le maschere.

Una celebre frase attribuita a Jung esprime bene questa idea:

"Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l'oscurità."

Anche Scquizzato insiste sul fatto che la trasformazione passa attraverso l'accoglienza delle proprie ombre e fragilità.


Il contributo della spiritualità orientale

Nelle tradizioni orientali, soprattutto nell'induismo e nel buddhismo zen, troviamo intuizioni molto simili.

I maestri spirituali ripetono spesso che ciò che l'essere umano cerca all'esterno è già presente nella sua natura più profonda. La sofferenza nasce dall'illusione di essere separati dalla realtà ultima.

Molti racconti zen descrivono persone che percorrono lunghi viaggi alla ricerca di un tesoro per poi scoprire che esso era sempre stato nella loro casa.

Naturalmente Scquizzato rimane dentro una prospettiva cristiana, ma valorizza queste consonanze perché mostrano una verità universale: l'essenziale non si trova accumulando esperienze, ma tornando al centro di sé.

Se davvero "tu sei ciò che cerchi", allora cambiano molte cose.

La felicità non è una meta lontana. 

La pace non dipende completamente dalle circostanze. 

Il valore personale non deve essere continuamente dimostrato. 

Le crisi possono diventare occasioni di scoperta. 

Questo non significa che tutto sia già compiuto, ma che il cammino spirituale assomiglia più allo svelamento che alla costruzione.


C'è un passaggio che emerge implicitamente in tutto il pensiero di Scquizzato: noi passiamo gran parte della vita a identificare noi stessi con i nostri ruoli.

Diciamo:

sono il mio lavoro; sono il mio successo; sono il mio fallimento; sono la mia storia;  sono le mie paure. 

La trasformazione inizia quando ci accorgiamo che nessuna di queste cose coincide davvero con il nostro essere più profondo.

La domanda che il libro lascia al lettore non è:

"Che cosa devo fare per essere migliore?"

ma piuttosto:

"Chi sono io, al di là di tutto ciò che passa?"

È una domanda antica, presente nei mistici cristiani come Meister Eckhart, nei Padri del deserto e nelle grandi tradizioni sapienziali. E forse è proprio questa la trasformazione di cui parla Scquizzato: non diventare altro da sé, ma scoprire il volto autentico che è sempre stato presente, anche quando non riuscivamo a vederlo. 





Voce alla Storia

 Lettura e interpretazione di Tota mulier in utero di Claude Dulong

a cura di Virginia Varriale


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<<Un giorno, verso la fine del XVII secolo, a Parigi si scoprì che il commercio dei formaggi, del burro e della frutta era stato assorbito dalle donne. Messa di fronte al fatto compiuto, la giurisdizione competente acconsentì ad accordare il diritto: le fruttaiole- formaggiaie (così erano chiamate allora) avrebbero potuto accedere al mestiere mediante giuramento, ed essere rappresentate nelle istanze della corporazione – oh, non certo proporzionalmente al loro numero, ma a parità di diritti con gli uomini. Ne seguì una rabbiosa procedura, al termine della quale il parlamento annullò tale decisione, in quanto “è veramente cosa nuova il dire che le donne siano associate per giuramento al detto mestiere, e per giungere a tanto occorrerebbe una necessità assai evidente, poiché esse d’abitudine vogliono ciò che non vogliono gli uomini”. Le fruttaiole- formaggiaie, in minoranza, continuarono dunque a dettar legge nella loro categoria professionale, e in specie a riservare solamente ai loro rappresentanti le “visite” delle uova, della frutta, dei formaggi e del burro. Tutto rientrava nell’ordine, e il peggio era stato evitato. Animate da quello spirito di contraddizione che il parlamento aveva messo in luce in maniera così pertinente, di che cosa non sarebbero state capaci le donne, se avessero ottenuto il potere di decisione in una materia tanto grave? Ma è proprio necessario interessarsi della promozione sociale e professionale delle fruttaiole- formaggiaie? Certamente sì, trattandosi di un’epoca che escludeva le donne da ogni carriera nobile, per relegarle ai mestieri meccanici. Ed era davvero una minima cosa che esse aspirassero, in questi lavori vili, alla condizione legale che avrebbe consentito loro di mettersi in proprio e di avere una certa voce in capitolo. I loro sforzi, tuttavia, non furono coronati dal successo. Alla fine del secolo, su circa centoventicinque corporazioni, soltanto cinque erano miste, e quattro esclusivamente femminili (con qualche variante regionale). Non bisogna peraltro credere che, perfino in queste quattro corporazioni nelle quali erano raggruppati solamente mestieri attinenti alla moda, tutte le restrizioni “sessiste” fossero abolite. Quando, nel 1675, le sarte parigine, ormai in numero di millesettecento, ottennero il riconoscimento legale del loro mestiere, furono autorizzate a confezionare soltanto alcune parti del vestiario femminile, perché il diritto di abbigliare le donne rimaneva riservato agli uomini, i sarti. Il che è abbastanza buffo, in un’epoca che combatteva con tanta severità la mescolanza dei sessi. Le vedove dei mastri artigiani, e le loro figlie (in determinate condizioni) erano le uniche donne autorizzate a continuare, conservandone il nome, le attività dei loro mariti o padri, di qualunque genere fossero stati […] Attenzione, però! Se, durante la vedovanza, era accusata di cattiva condotta, la vedova perdeva il privilegio di tale disposizione […] Moltissime donne della piccola borghesia artigianale e commerciante erano padrone senza averne titolo, e talvolta erano esse che, grazie al loro spirito d’iniziativa, mandavano avanti la baracca. Come la Coiffer, di cui parla Tallemant des Réaux, “celebre pasticciera che fu la prima ad aver l’idea di dar da mangiare a un tanto per persona”. Bisogna capire, tuttavia che la Coiffer non avrebbe potuto commercializzare la sua idea, senza l’autorizzazione del marito. Ma le donne dell’alta borghesia e dell’aristocrazia non avevano neanche la possibilità di chiedere una simile autorizzazione. Esse si vedevano condannate, le une sotto la minaccia del discredito, le altre della perdita del titolo nobiliare, a occuparsi unicamente del loro focolare. Occorreva essere una principessa, per disprezzare l’opinione pubblica, e mettersi in vista, in un modo o nell’altro; per osare, come le agitatrici popolari, sebbene con motivazioni ben diverse, di suscitare rivolte, o addirittura di prenderne il comando.[…] Esistevano occupazioni più pacifiche dell’insurrezione, e nulla impediva a una donna di qualità, se aveva tempo libero e istruzione, di scrivere e di pubblicare. Ma, anche in questo caso, mettendo a repentaglio la propria reputazione. “Scrivere significa perdere metà della propria nobiltà”. Osserva Mademoiselle de Scudéry, che pure era di nobiltà tanto esigua. Essa pubblicò i suoi primi romanzi soltanto sotto la spinta del bisogno, e sotto il nome di suo fratello. Quanto a Madame de La Fayette, confessò soltanto verso la fine della sua vita, in privato e in termini velati, di essere l’autrice di un capolavoro, La Princesse de Clèves.[…] I confessori non devono ricevere donne arricciate, truccate, “impiastricciate”, adorne di gioielli, e il cui viso non sia nascosto non da un velo, ma da un tessuto opaco; i preti minori di trent’anni non possono confessare le donne senza un’autorizzazione del loro superiore; e in ogni modo lo faranno soltanto di giorno, mai di sera, e in confessionali situati in un punto ben illuminato della chiesa ecc. Questa straordinaria diffidenza può essere comprensibile, per chi sappia quali fossero i costumi degli ecclesiastici, prima della Controriforma cattolica. Ma si preferiva accusare la perversità delle donne, piuttosto che la debolezza degli uomini.[…] Ma la cosa più triste era che le donne, nonostante le loro “puntuali” ribellioni contro l’autorità del maschio, erano anch’esse impregnate di questa mentalità e, come la Martine  di Molière, pensavano che “la gallina non deve cantare davanti al gallo”. Spetta a Mademoiselle de Gournay, la figlia adottiva di Montaigne, il merito di aver sollevato per prima, nel XVII secolo, lo stendardo della rivolta, nel suo Egalité des hommes et des femmes (1622).[…] Per le ragazze povere di un certo rango sposarsi era pressoché impossibile. Le parole “Senza dote!” ripetute nell’Avaro sono meno comiche di quanto non si creda.[…] Nel Morvan, per esempio, le donne non si sedevano a tavola con i loro mariti, ma restavano in piedi durante tutto il pasto: questo per servirli e dimostrare al tempo stesso il rispetto che esse dovevano loro[…] Nel XVII secolo la donna sposata, equiparata per legge al figlio minorenne, può, come quest’ultimo, essere punita. Le brutalità non giustificano l’abbandono del tetto coniugale. L’abuso di autorità di un marito comincia soltanto con le ferite; e bisogna anche che il tribunale ne valuti la gravità, prima di deliberare. La Borgogna era l’unica provincia della Francia che negasse al marito il diritto di castigo […] “L’adulterio si punisce nella persona della donna, e non in quella del marito” scrive nel 1670 il giurista di Colbert […] >>.