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Che cosa è l'amore?

Di Maria Clotilde Ariemma


Che cos’è l’amore, è una domanda che a lungo mi ha attraversato.


L'ho sentita nominare in una miriade di canzoni senza comprendere mai il senso.


Alcuni dicono che sia la cosa più bella al mondo, poi altri dicono che è solo diarrea verbale.

Mi muovo tra mille opinioni, mille teorie e mille risposte senza mai trovare le mie.


Ora sto facendo uno strano accostamento nella mia testa tra amore e guerra; tra gli occhi di un soldato morente e tra quelli di colui che lo ridotto in fin di vita. Entrambi occhi umani, entrambi abitati dall’amore, solo in forme diverse: una è speranza, l’altra disperazione. 


Cordite e decomposizione sono l’odore di quel fango. In mezzo alle bombe e agli urli sento un uomo, che mi potrebbe esser padre, pregare il suo Dio. Lo guardo: ha una divisa a me indicata come nemica e una luce vitrea negli occhi. La sua voce è rauca e dura e dice:”Almeno la mia morte, la mia sofferenza, il mio sangue tingerà queste terre come monito per non rendere tutto il mio dolore e la mia disperazione anche quella altrui. Che questo odio possa morire con me, qui e ora”.


Amore per me è anche angoscia, un’angoscia lenta e acre, che mi uccide, stringe il mio collo con i suoi artigli fino a farmi desiderare l’aria. Perché pensi alla leggerezza come una colpa, in questo momento in cui una vita si spezza. Colpa perché non stai soffrendo come gli altri. Colpa per essere fortunato. Poi arrivano i tuoi occhi. Mi rapiscono dai mie pensieri. Mi riportano alla mia età, tra sogni fatti di speranze profonde e di vampate giovanili che amano l’amore. Mi portano a una semplice domanda: Che cosa è l'amore?

È una domanda che mi ha colpito, preso così, alla sprovvista. Lì, tra l'iride e la pupilla. Sono rimasta interdetta, persa dal tuo sguardo. 

In quegli occhi avveniva una magia: il mio abisso si rispecchiava nel tuo. 


Per la prima volta vedevo che forma aveva; per la prima volta sentivo il calore della luce; per la prima volta non ero io la cattiva. 

Sentì le goti arrossati. Distolsi lo sguardo e subito l'abisso tornò a reclamare ciò che gli apparteneva.

Sentivo il liquido color catrame prendere possesso del mio corpo, prendere possesso della mia anima. 

Avevo assaggiato il candore della luce ed ero stata toccata dalle mani di Dio.

Ora ero condannata a ripiombare nell'Inferno, a cadere ignobile come Lucifero. 

Durante la caduta mi furono strappate le ali, pezzo per pezzo. Fui privata del raziocinio. Fui convinta che mai più tale bellezza avrei rivisto. 

Respirai. Fu un respiro lungo e doloroso, come quello di un soldato.

Ritornai sui tuoi occhi e decisi che mai più avrei voluto sentire quel senso di vuoto. Decisi che avrei fatto di tutto solo per averti al mio fianco, di tutto.


Premio Lucia Mastrodomenico-XII Edizione- Liceo Salvatore di Giacomo-

Vincitrice: Maria Clotilde Ariemma - Classe 1E


La manifestazione conclusiva della XII edizione del Premio L.M.

La mattina del 28 aprile 2026 si è svolta la cerimonia di Premiazione della XII edizione del premio per le scuole “Lucia Mastrodomenico”

Sono stati premiati 5 elaborati (3 delle scuole medie, due del liceo) i cui testi e video  saranno pubblicati su questo periodico. I nostri lettori avranno così la possibilità di visionare gli elaborati prodotti da studentesse e studenti che, non smetteremo mai di ringraziare, per la loro amorevole e consapevole partecipazione.

Il premio, anche quest’anno, ha consentito di mettere in evidenza un doppio risultato positivo: per prima cosa premiare i giovani studenti (molti sono quelli che avrebbero meritato il premio ma la commissione ha dovuto necessariamente effettuare una scelta). 

Non la paura, ma la speranza, non la guerra ma sentimenti d’amore e di amicizia, hanno ispirato il lavoro di tante ragazze e  tanti ragazzi. L’energia positiva di questi giovani va apprezzata ed incanalata verso i migliori risultati. Un plauso va alle docenti referenti del Premio ed alla loro volontà di dedicarsi con entusiasmo ai giovani studenti.

Il premio ci consente poi di mantenere viva tra gli studenti  (e non solo) la memoria di Lucia, del suo pensiero, delle sue opere, della sua vita incarnata nella relazione fra donne, delle sue tante attività a favore dei bambini.

Testimonianza ne è il testo che segue, di Giorgia Taglialatela, studentessa del liceo Di Giacomo, testo che Giorgia ha letto nel corso della Premiazione e che noi abbiamo pensato di pubblicare su questo periodico (RL)


Il premio Lucia Mastrodomenico

Di Giorgia Taglialatela (Liceo S. Di Giacomo)


Il premio Lucia Mastrodomenico non è solo una competizione scolastica ma uno spazio di libertà dove i ragazzi possono creare ed esprimere le proprie idee.


Il premio riesce a portare i ragazzi verso un pensiero critico che a volte viene represso, e li aiuta ad aprire dibattiti su argomenti che spesso vengono emarginati dal contesto scolastico.

Ma tutto questo è possibile grazie all’impegno costante che Lucia metteva nelle sue ricerche e la  determinazione che la contraddistingueva;

 il premio cerca di mantenere vive queste caratteristiche.


In un mondo iper-connesso e spesso distaccato si  può  ancora sentire l’invito di Lucia a esser-ci, e a prendersi cura della comunità.

Lucia parlava di autodeterminazione e di valorizzazione delle differenze. Per i ragazzi di oggi, che lottano per l'identità e contro gli stereotipi di genere, le sue riflessioni sono una bussola per costruire relazioni basate sul rispetto e non sul possesso.

Partecipare a questo premio significa prendere quel fuoco che è dentro di noi e portarlo avanti, con la propria sensibilità e il proprio linguaggio.

Il Premio Lucia Mastrodomenico è importante perché ci ricorda che le nostre idee contano. Ci sfida a uscire dagli schemi convezionali , a essere curiosi e a non aver paura di desiderare un mondo più giusto, proprio come ha fatto Lucia per tutta la vita.

Inoltre abbiamo avuto modo di leggere alcuni articoli dell’opera “solo l’amore salva” e ci ha particolarmente colpito l’osservanza:

“non avere la pretesa di capire tutto e per questo avere l'umiltà di ricorrere all'ascolto di chi è più capace.”

“Abbiamo voluto la parola per tutte, ma dovremmo imparare anche a chiedere il permesso ad un'altra per parlare.Perché la nostra parola non sia interpretabile è necessario che si impari a darle un significato alla volta, e non se ne accettino altri.”

Dobbiamo riflettere su alcuni punti:

“l'uso ripetitivo delle parole (usiamo quasi sempre lo stesso linguaggio, senza darne conto), il ricorso al desiderio molto spesso smisurato della "dominazione" la smania, trasformata in esigenza a voler essere comunque sulla scena sociale, illuminata e non, più per vanità che per reale ambizione.”

“Posseggo un vaso con un gambo molto lungo, di quelli che si usano nelle cappelle, trasparente. Alcuni minuti della mia giornata li dedico alla cura di come mettervi dei fiori, colori diversi, lunghezze diverse, dipende dalla stagione.Vorrei che la vita, il nostro lavoro fosse riproponibile in quei gesti. L'osservanza di una disciplina ordina le cose, le rende possibili e belle. Ma l'osservanza è anche fatica, limita lo spazio, la capienza della propria azione, come il numero dei fiori da disporre in una bocca stretta.Rifletto da un po' di tempo sul nesso che esiste tra la capacita di custodire la propria solitudine e la necessità di coltivare insieme l'ascolto verso la parola dell'altra, e che solo la capacità di farsi da parte di chi ascolta, può cogliere nell'altra. Non si tratta di altruismo, né di generosità, piuttosto è bisogno di luce. Desiderio di dar spazio e diritto all'in-visibile, all'innominabile, a ciò che agisce a distanza molto ravvicinata, in quell'avvicinare a sé che coinvolge e in cui si è coinvolte: e l'esistenza ha un nome, io ho un nome.”