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Lunedì dell’Angelo

 Il Vangelo di Marco racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salomè andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli oli aromatici per imbalsamarne il corpo. 

Vi trovarono il grande masso che chiudeva l'accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando videro un giovane vestito di bianco che disse loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto." (Marco 16,1-7[2]). E aggiunse: "Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli", ed esse si precipitarono a raccontare l'accaduto agli altri.

Il lunedì dell'Angelo o Pasquetta  è il giorno dopo la domenica di Pasqua e in numerosi paesi un giorno festivo.  Prende il nome dal fatto che in questo giorno si ricorda la manifestazione dell'angelo alle donne giunte al sepolcro. (liberamente ripreso da Wikipedia)


Buenos Aires 1976: il diplomatico che sfidò la dittatura per salvare vite umane

 Tratto da “Confronti” del 19 Marzo 2026

di Enrico Calamai. 


Intervista a cura di Francesca Bellino. Giornalista e scrittrice

Cinquant’anni dopo il golpe militare argentino del 1976, Enrico Calamai ripercorre la sua esperienza di giovane console a Buenos Aires, dove aiutò centinaia di perseguitati a fuggire dalla dittatura. Una vicenda di coraggio e disobbedienza civile raccontata oggi in un documentario. Calamai rifiuta l’etichetta di “eroe”, rivendicando invece il dovere di un funzionario fedele alla Costituzione italiana.


Sono trascorsi cinquant’anni dalla notte del 24 marzo 1976 quando le Forze armate argentine attuarono un colpo di Stato, rovesciando il governo costituzionale e instaurando una dittatura militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla che avviò un periodo di terrore e repressione in Argentina contro gli oppositori attraverso sequestri, torture, omicidi che durò fino a dicembre 1983. Nell’indifferenza della comunità internazionale scomparvero circa 30mila persone in sette anni.

Nell’anno del golpe militare lavorava a Buenos Aires nel ruolo di console il diplomatico romano Enrico Calamai, funzionario atipico, che capì di trovarsi nella posizione di poter dare una mano a chi era in pericolo di vita e, con uno slancio eroico, aiutò a espatriare centinaia di persone perseguitate dal regime. Dopo molti anni di silenzio, Enrico Calamai, oggi 80enne, ha raccontato la sua coraggiosa e altruista vicenda umana nel documentario Enrico Calamai: una vita per i diritti umani diretto da Enrico Blatti e presentato a Calitri durante l’ultima edizione dello Sponz Fest, ideato e diretto da Vinicio Capossela.


Ci racconta il suo arrivo in Argentina?

Sono arrivato nel 1972, avevo 27 anni. La sorpresa fu che, pur trovandomi dall’altra parte della terra, Buenos Aires somigliava a una città europea sia per l’architettura in cui prevaleva il liberty, sia per la gente che era vestita e ragionava come noi, aspirava a una vita democratica ed era influenzata dal Sessantotto di Parigi.


Lei che ragazzo era?

Un giovane diplomatico. Buenos Aires era la prima sede all’estero. Trovai un lavoro da ufficio pubblico scoraggiante e frustrante. Una situazione kafkiana che diventava ancora più pesante il fine settimana quando mi veniva chiesto di presenziare alle feste organizzate nelle associazioni della collettività italiana. La città per fortuna era piena di stimoli.

Nel libro biografico Niente asilo politico (Feltrinelli, 2016) racconta che sognava di fare lo scrittore.

Sì, volevo scrivere. Sono arrivato al concorso al ministero degli Esteri spinto da problematiche familiari più che da una consapevolezza personale. La mia passione era la narrativa sperimentale. In quell’epoca era molto presente nella cultura europea il nouveau roman francese che aveva avuto anche degli sbocchi cinematografici importanti. Si sentiva il peso innovativo geniale di Joyce, mi piaceva molto anche Proust.


Che rapporto aveva con il potere?

Il potere non mi interessava e invece scoprii presto che il ministero degli Esteri era tutto abbarbicato al potere per cui o entravi in quel gioco o eri emarginato.

Mentre si ambientava a Buenos Aires, nel settembre 1974 fu inviato in missione in Cile.

Sì, arrivai in una Santiago devastata. Sembrava una città appena uscita da una guerra con una crisi economica spaventosa e situazioni di violenza repressive avvertibili dappertutto. La gente aveva paura di parlare. La vita era totalmente diversa da quella di Buenos Aires. Ciascuno era chiuso in se stesso e abbassava la testa nella speranza che la tempesta passasse. C’erano scontri a fuoco con piccole sacche di resistenza ancora presenti. Andai a stare in nella residenza diplomatica con le 400 persone che si erano rifugiate lì. Il lavoro d’ufficio e le vicissitudini di chi viveva chiuso nel giardino mi davano da fare costantemente. Mi sentivo come un pompiere durante un incendio. Ero parte attiva nella catastrofe e cercavo di aiutare come potevo. Dopo tre mesi, quando mi ammalai e a Santiago non c’era modo di curarsi, tornai a Buenos Aires.


Com’era cambiata Buenos Aires quando vi tornò?

Il governo peronista era in crisi, c’era caos nel Paese. Si pensava che ci sarebbe stato un colpo di Stato e che sarebbe successo come a Santiago, cioè con i carri armati nelle strade, il bombardamento del palazzo presidenziale, la caccia all’uomo in città, le ambasciate a piene di rifugiati e invece il giorno del golpe non successe proprio nulla. Buenos Aires era quella di sempre: negozi, cinema, teatri e ristoranti aperti, i portieri che pulivano davanti ai palazzi, gli impiegati al lavoro. Il pomeriggio venni a sapere dal corrispondente al Corriere della Sera Giangiacomo Foà che sacche di violenza c’erano state nella periferia della città. La notte cominciarono le irruzioni nelle case degli oppositori con macchine senza targa e personale paramilitare in borghese. Tutto succedeva nell’ombra. In Argentina la violenza del regime avveniva di nascosto. La strategia a monte del golpe dimostrò che bastava far sparire le persone lontano dai mass media perché la gente pensasse che non c’era violenza, che non c’erano cadaveri. Al contrario di quello che aveva contraddistinto la guerra in Vietnam e anche il golpe cileno in cui la televisione aveva avuto un’importanza politica e aveva risvegliato l’opinione pubblica e la gente era scesa in piazza.


Cosa successe in consolato?

Un flusso di persone cominciò ad arrivare. Erano i parenti di ragazzi portati via, volevano l’aiuto di un legale per presentare ricorso habeas corpus, in base al quale la magistratura era tenuta a dare una risposta nel giro di poche ore su dove si trovava la persona arrestata e il motivo dell’arresto. Ma non trovammo avvocati disponibili perché erano stati tutti minacciati, torturati e ammazzati. Ne trovammo solo uno, però dopo qualche mese capimmo che la magistratura si guardava bene dal rispondere, questo voleva dire che già rispondeva al potere dei militari piuttosto che alla propria autonomia e che quindi il regime era ormai solido nel Paese. A quel punto ci sarebbe voluto un passo diplomatico che esulava dalle possibilità del consolato, ma non ci fu. Accanto ai parenti dopo qualche giorno cominciarono ad arrivare anche giovani che cercavano protezione dicendo che non avevano più dove nascondersi, non avevano soldi, erano isolati e se restavano in città sarebbero stati presi, torturati, uccisi.


Lei cosa fece?

Ascoltavo chi chiedeva aiuto e mi attivavo per farli partire. C’erano due aeroporti attivi in città, quello di Ezeiza, che era intercontinentale ed era più sorvegliato, e quello di Aeroparque, da cui partivano i voli per i Paesi circostanti e non veniva chiesto il passaporto, bastava la carta d’identità e non c’era un controllo approfondito perché i militari volevano evitare l’impressione di un sistema repressivo in atto. Capimmo che era facile andare in Uruguay e da lì prendere un volo intercontinentale per l’Italia. Chi era in pericolo si imbarcava con la carta d’identità argentina e sbarcava come cittadino italiano grazie al passaporto che fornivamo noi. In tal senso i militari argentini non esercitavano nessun controllo. Non so quante persone siamo partite, quello che fu importante all’epoca era che chi aveva bisogno sapeva che a Buenos Aires c’era una struttura in un consolato che aiutava i minacciati.

Quando il lavoro del suo ufficio si è interrotto?

Il lavoro è stato interrotto quando mi hanno fatto partire. Il ministero non era d’accordo con l’impostazione che avevo dato al lavoro in mezzo a una crisi umanitaria devastante, ossia non volevano che dessi una mano alle persone. A ottobre 1976 mi hanno sostituito.

Come è proseguita la sua carriera?

Partire è stato molto duro da un punto di vista psicologico perché io partendo me la cavavo, invece lì lasciavo una situazione da catastrofe umanitaria in cui l’ultima porta ancora aperta a Buenos Aires veniva chiusa. Quando sono arrivato al ministero a Roma sono stato emarginato: è il prezzo normale da pagare in una struttura gerarchica burocratica per chi non adotta un comportamento organico al vertice. Non lasciai per ragioni economiche, e prima della pensione, sono stato ambasciatore in Nepal e nell’Afghanistan ancora occupata dall’Armata Rossa.

La tecnica della desaparición è stata la caratteristica centrale del golpe argentino, che lei ha associato alla migrazione oggi, parlando dei migranti come nuovi desaparecidos.

L’esperienza argentina dimostrò che l’importante non era evitare la violenza ma ricorrervi in modo che non fosse rappresentabile mediaticamente, cioè creare un cono d’ombra in cui la violenza poteva essere attuata senza limiti ma in modo che l’opinione pubblica non ne venisse allertata. La stessa strategia adottata da anni con i migranti. Noi li sfruttiamo a casa loro ma non li vogliamo a casa nostra. E allora li facciamo sparire nel deserto, li blocchiamo in Libia o in Turchia, li facciamo morire in mare, nella rotta balcanica o nei boschi della Polonia. L’importante è che non varchino il confine perché viviamo in un sistema neoliberista di cui l’afflusso di persone bisognose di assistenza comporterebbe un esborso di bilancio mentre noi abbiamo deciso che il bilancio va ridotto all’osso salvo che per le spese militari. Quindi i migranti sono da scartare, da far sparire. Muoiono nel nulla mediatico, esattamente la stessa strategia di desaparición adottata con successo dai militari argentini.

Al contrario di altre situazioni, dove – attraverso i social – vediamo la morte ogni giorno.

È stata l’incontenibilità dei social a permettere il nascere di un’opinione pubblica per Gaza. Questa consapevolezza dell’opinione pubblica è venuta crescendo malgrado il silenzio mediatico e la disinformazione sistematicamente attuata dai media occidentali. L’informazione è diventata forza del potere. In Giappone, in Australia, in tanti Paesi ci sono manifestazioni gigantesche contro quello che Israele sta facendo con la collaborazione decisiva negli Stati Uniti, dell’Italia – da quando la Germania ha deciso di non inviare armi Israele i “numeri 2” dell’assistenza militare a Israele siamo proprio noi italiani – e dell’Europa. E questo dà un senso di impotenza. Sappiamo cosa sta succedendo a Gaza, ma nonostante questo non scendiamo in piazza. Nella mia mente di vecchio cresciuto all’epoca della guerra in Vietnam ricordo le manifestazioni per la pace. Ho capito allora che la novità oggi consiste nel farci credere che l’opinione pubblica sia impotente, ma questa è un’idea falsa. Se ci si organizza si può travolgere tutto, ma ci viene inculcato con un senso di impotenza collettiva, che è l’altra faccia dei social perché ciascuno se ne sta a smanettare da solo a casa sua e non cambia nulla. L’impotenza non può durare in eterno. Non siamo ancora riusciti a scendere in piazza con una forza tale da costringere il mondo a cambiare politica, ma possiamo farlo. Ci vorrebbe un’organizzazione politica seria che non abbia paura di perdere voti.

Sarebbe dunque il caso di rafforzare il Diritto internazionale?

Il diritto internazionale è uno degli strumenti che ci distingue dalla “legge della giungla”. Ecco perché chi è forte cerca di metterlo in crisi, cerca di dirci e di farci credere che non serve, ma non è vero: il diritto internazionale è fondamentale, sì va rafforzato. Le istituzioni del diritto internazionale, soprattutto le Nazioni Unite, vanno tutelate. Sono l’unica alternativa alla “legge del più forte”. La “legge della giungla” rischia di portarci al baratro perché al centro del mondo unipolare c’è l’uso dell’atomica che rischierebbe la fine della vita umana sulla terra. L’unica speranza è che i Paesi del Sud riescano a incidere negli equilibri mondiali.

Molti la definiscono un eroe, ma non le è mai piaciuta questa definizione.

È vero. Non mi sento un eroe. Ho fatto solo il mio dovere. Ero un funzionario dello Stato italiano, uno stato democratico con una Costituzione uscita dalla guerra. Nel muovermi contro il gigante della montagna che mi sovrastava mi muovevo nell’ambito di una cultura socratica di opposizione all’arroganza del potere come Antigone nei confronti di Creonte.

Immagine di Enrico Calamai

Enrico Calamai Diplomatico