di Silvio Garattini
tratto da Avvenire del 19 febbraio 2025
tratto da Avvenire del 19 febbraio 2025
Gli anniversari
sono molto importanti perché ci obbligano a riflettere. Il 20 febbraio, data
che ci ricorda l’individuazione del “paziente 1” a Codogno, rappresenta in
qualche modo l’occasione per ricordare il quinto anniversario di una pandemia
indotta dal virus Sars-2, che ha determinato milioni di morti in tutto il
mondo. Riflettere vuol dire pensare, soprattutto su ciò che abbiamo sbagliato,
per evitare di fare gli stessi errori in un futuro che si presenti con altre
pandemie. Intanto, occorre ricordare che, nonostante le richieste
dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), non avevamo messo a punto nessun
piano che permettesse di affrontare una pandemia, in qualche misura attesa
sulla base di precedenti infezioni virali, come Ebola, che non avevano
raggiunto dimensioni mondiali e considerando le informazioni che arrivavano
dalla Cina. La mancanza di un piano ha determinato, innanzitutto, una mancanza
di informazione per la popolazione. È vero che venne costituito il Comitato
tecnico scientifico, ma è mancata una persona con le necessarie doti di
credibilità, simpatia e chiarezza che, ogni giorno, informasse il pubblico
sulla situazione sanitaria e, soprattutto, spiegasse la ragione delle decisioni
prese, rispondendo alle domande del pubblico con l’aiuto di un gruppo di
esperti non solo di medicina. Abbiamo invece assistito ogni giorno alle
argomentazioni di una persona diversa, anche se autorevole, che spesso
contraddiceva ciò che aveva detto il giorno prima un’altra autorevole persona.
Per non parlare del gruppo dei “virologi” che hanno aggredito il palco, in
particolare quello televisivo, per avere un momento di celebrità, anche comica
quando hanno cantato in coro.
Un altro aspetto negativo è stata la mancanza di previsione nel prenotare un numero adeguato di dosi del vaccino che, data l’urgenza del problema, veniva sperimentato e prodotto al tempo stesso, grazie alle decine di miliardi di dollari da parte dei governi, in particolare di quello degli Stati Uniti. Potevamo prenotare milioni di dosi di vaccino, ma potevamo anche richiedere una licenza per produrlo, visto che in Italia abbiamo tutte le strutture per fabbricare vaccini. La mancanza di iniziative in questo senso ha determinato gravi danni all’Italia. Possiamo, infatti, chiederci come mai, in Inghilterra e in Israele, iniziarono il 1° dicembre 2020 le vaccinazioni a pieno ritmo mentre in Italia abbiamo proclamato il 27 dicembre “Vaccine Day”, ma di fatto abbiamo avuto dosi sufficienti solo alla fine di marzo del 2021? Non solo, ma con tutti i medici di medicina generale avremmo potuto vaccinare tutta l’Italia in 15 giorni. Abbiamo invece mobilitato l’esercito per poter realizzare una vaccinazione estesa, perché la discussione con i sindacati verteva sulla cifra da pagare per ogni vaccinazione.
Altrettanto importanti sono state le discussioni sull’impiego dei vari vaccini per cui veniva alternato il trattamento ottimale per i più giovani oppure per i più vecchi. Cambiamenti giustificati dalle ricerche effettuate, ma solo annunciati e non spiegati, con il risultato che il pubblico ha finito per perdere fiducia a favore della irrazionalità degli “antivax”. Non sono state adeguatamente spiegate le ragioni per le “zone rosse”, l’uso delle mascherine, il lockdown, la carta verde per effettuare viaggi, e così via.
Va anche sottolineato che non avere un piano per la pandemia ha determinato l’utilizzo delle strutture ospedaliere solo per il Covid-19 con una insufficiente rete di letti di terapia intensiva, perché ritenuti inutili o eccessivi da parte dei Governi precedenti alla pandemia. Il risultato è stato l’impossibilità di realizzare interventi chirurgici, trapianti d’organo, screening per tumori. Questa situazione ha certamente determinato decine di migliaia di morti dovuti a malattie diverse del Covid-19. Per non parlare del numero di farmaci, di antibiotici e di vari prodotti utilizzati in grande volume senza alcuna efficacia terapeutica. Non siamo riusciti a fare ricerca di tipo farmacologico, ma neanche epidemiologico. Ad esempio, ognuno poteva dire la sua sugli effetti collaterali del vaccino perché è mancato un sistema standardizzato di raccolta dei dati. E ogni ospedale aveva le proprie modalità.
La riflessione potrebbe terminare chiedendoci: abbiamo imparato qualcosa? La risposta è un triste “no”. Se avvenisse una nuova pandemia saremmo come eravamo nel 2020 perché non abbiamo preparato strutture e tecnologie per contrastarla in un modo efficiente. Riflettiamo, ma per agire!
Fondatore e presidente Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs